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Vino: quale futuro?

Credo che un po’ tutti ci stiamo domandando, più o meno seriamente, quale sarà il futuro del mondo del vino.
Forse ce lo domandiamo solo noi, che questo mondo lo viviamo quotidianamente. Forse non se lo domanda chi, di fronte agli scaffali del super, di fronte ad una tanto vasta scelta, oggi acquista questo, domani l’altro.

Ma di questo argomento si continua a parlare, dentro e fuori la Rete, e, secondo me, senza riuscire a tirar fuori vere idee.
A memoria, l’ultimo incontro sul tema, il futuro della qualità del vino, si è tenuto ad Ottobre in Cà del Bosco: un convegno che Maurizio Zanella ha definito il “numero zero” di un dibattito sull’evoluzione della qualità del vino in Italia.

Sono molti gli articoli sull’argomento che mi capita di leggere; molte le opinioni che ascolto e che, tutte sommate, non mi creano confusione ma insicurezza.

Ultime riflessioni, in ordine cronologico, che mi è capitato di leggere sono quelle di Raffaella Guidi Federzoni (export manager della famosa e storica casa vinicola Fattoria dei Barbi ) e di Lorenzo Biscontin (ex direttore Mktg del Gruppo Santa Margherita e attuale Direttore generale della Cantina Viticoltori Bosco srl).

Leggere i post, uno dopo l’altro, ha reso ancor più nitida la mia fotografia di questo mondo enologico.

Raffaella Guidi Federzoni “mette in dubbio le vanitose certezze del Vecchio Mondo del vino, l’Europa. Un continente tutto preso a rimirarsi l’ombelico e a gloriarsi dei suoi svariati secoli di tradizione enoica, mentre il resto del pianeta avanza con determinazione, senza complessi di inferiorità. E con ogni evidenza non soltanto nel settore vitivinicolo.”
Secondo la Guidi Federzoni il resto del mondo va avanti, sia sul fronte produttivo che sul fronte conoscenza, noi rimaniamo fermi a goderci i meriti di un passato senza crearci un futuro.

Testimonianza di questo mondo del vino che cambia, il bel post di Marilena Barbera dedicato a Mosca, città che solo 5 anni fa le appariva indietro e che oggi è città vivace, recettiva, curiosa e pronta a scoprire.

Qualche mese fa ho partecipato al “Vino, futuri possibili | #vinofuturipossibili” organizzato da Il sole 24 ore, dal quale, sinceramente, mi aspettavo qualche risposta in più che però non è arrivata.
Tra i relatori, anche Elena Amadini (brand manager di Vinitaly fino ai primi di Ottobre) che, in quell’occasione, aveva affermato che negli ultimi 10 anni poco o niente era stato fatto per cambiare lo stato del mondo del vino. Anche qui, conferma della staticità di questo mondo e di questo sistema.

Una rispostina era arrivata (lì, come in altre occasioni) nelle parole di altri relatori i quali affermavano la necessità che in Italia si facesse sistema.
Perché si faccia sistema, ci sono almeno due condizioni sine qua non da rispettare: la capacità di condurre un’attivita’ collettiva in modo organizzato e una cabina di regia, super partes, in grado organizzare le risorse.

La prima condizione, diciamocelo chiaramente, in Italia è quasi utopia: l’attività collettiva non l’abbiamo proprio nelle nostre corde. Noi pensiamo(e agiamo) sempre al singolare.

Sul come soddisfare la seconda condizione, Biscontin, in questo suo ultimo post, delinea quali caratteristiche dovrebbe avere questa famosa cabina di regia che “non potrà essere (l’ennesimo) organismo calato dall’alto, che opera in una logica dirigistica lontana dalle aziende”.
La “cabina di regia” deve creare valore aggiunto per il settore, aumentandone l’efficienza; l’esistenza di una “cabina di regia” implica e richiede una certa misura di centralizzazione delle decisioni e delle risorse.
E quali compiti dovrebbe avere: creazione di un’identità di marca del vino italiano, raccolta informazioni e coordinamento e definizione delle priorità.

A chi potrebbe essere affidato questo ruolo di regista io proprio non lo so, però so con certezza che se non iniziamo a muoverci, anche nel mondo del vino, continueremo a farci bagnare il naso da chi è arrivato dopo.

Io so solo che per questa inerzia e per l’incapacità qb di guardare aldilà del nostro orto, molto probabilmente le mie bollette a fine mese non le pagherò con ricavi vinosi.

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1 comment to Vino: quale futuro?

  • Ho apprezzato l’analisi di Biscontin nei suoi post sulla famigerata “cabina di regia”, ma mi trovo, alla fine, sostanzialmente in disaccordo con lui.
    Probabilmente per ragioni culturali ed “etniche”, noi italiani siamo assolutamente refrattari alla condivisione dei problemi per la ricerca di soluzioni che siano di utilità collettiva. Ogni ente che ho frequentato da quando faccio questo lavoro (tutti, eh, da ICE a CCIAA a Consorzi a Sindacati), in Italia riflette la qualità generale della pubblica amministrazione, che è legata, anche se non esclusivamente, alla qualità della vita politica del nostro Paese.

    Le diverse cabine di regia che hanno gestito il vino o, più in generale, l’export italiano sono popolate da individui – non tutti, ma tanti, ve lo posso garantire – il cui pattern di priorità è così, nell’ordine, sintetizzabile:
    1) incasso dello stipendio e delle cospicue indennità di missione;
    2) accesso ai privilegi che la posizione è in grado di garantire: viaggi, soggiorni gratuiti, gestione di fondi;
    3) estensione di tale posizione a membri della famiglia allargata.
    A seguire vengono gli altri obiettivi propri dell’Ente, o dei gruppi di potere all’interno dell’Ente.
    Quindi, il problema principale sono le modalità di selezione degli individui che compongono lo staff dirigenziale ed operativo dell’Ente, quelle di selezione dei fornitori di beni e servizi, quelle di selezione delle priorità e di controllo dei risultati.

    Problemi insolubili in mancanza di una profonda rivoluzione etica e culturale. Temo che, stanti le condizioni attuali di (in)cultura politica ed amministrativa, qualunque cabina di regia presente o futura verrà inquinata dalle solite problematiche che i produttori che girano il mondo a promuovere e vendere i loro vini si trovano ad affrontare tutte le sante volte.

    Cabina di regia? No, grazie: piuttosto vorrei che i fondi venissero erogati con puntualità e certezza direttamente ai produttori che ne facessero richiesta, con controlli rigidissimi sulle azioni svolte e sui risultati ottenuti. Sarebbe un passo avanti verso la meritocrazia.
    Ma anche questa è, purtroppo, una pietanza che non compare spesso sulle nostre tavole.