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#poernano docet

 

Lavorare nei/sui social media non è un mestiere per tutti: anche se in Italia sembra ancora una professione da “giocolieri“, in realtà si tratta di applicare strategie, studi e teorie di marketing e comunicazione su un vastissimo panorama fatto di persone e piattaforme.

Parole che condivido totalmente.

Inizia così l’articolo di Matteo Bianconi dedicato al caso “#poernano“, ovvero l’imbarazzante vicenda che ha visto coinvolto Il sole 24 su Twitter.

In breve, l’account @24job, curato da una giornalista del Sole, twitta un messaggio infelice che da il via ad una serie di botta e risposta (alcune alcune ancor più infelici del primo) con diversi followers; in uno dei tweet la giornalista inserisce l’#poernano (termine che, in milanese, significa povero piccolo) che entra, in breve tempo, nei trend-topic.

Alle fine della giornata il Sole (dal suo account principale, @sole24ore) si scusa twittando: “#poernano Siamo dispiaciuti di un episodio irrispettoso, la nostra storia dimostra il contrario. Trarremo insegnamenti utili”.

I dettagli dell’accaduto li potete leggere negli articoli di Matteo Bianconi, di Alessandra GuigoniCaterina Di Iorgi, Roberto Venturini.

Lungi da me criticare la giornalista o altri intervenuti alla discussione, o dare lezioni (ho poco più di 2000 followers), ma la faccenda (oggettivamente) molto insegna e val la pena di spendere qualche parola.

Per poter utilizzare qualunque strumento è necessario conoscere bene le istruzioni, altrimenti si rischia di fare pasticci o non sfruttare a pieno il mezzo.

Bisogna conoscere l’abc (in questo caso, cos’è una mention, un RT, un #), bisogna conoscere le dinamiche che si instaurano tra le persone, bisogna conoscere i toni e le sfumature.

Emerge una evidente poca dimestichezza con le dinamiche del Social Network (il non sapere che una mention non rende automaticamente visibile un contenuto ai followers dell’account menzionato), che ha dato il via ad una serie di fraintendimenti grossolani.
Oltre a ciò l’aggravante del non conoscere a pieno la politica della privacy e il conseguente trincerarsi dietro lo spauracchio della ‘diffamazione’.

E’ cosa nota, poi, che nei Social Network, si fa rete, rete vera: se un utente viene tirato in ballo in una polemica o in un battibecco, è molto probabile che le persone che lo seguono (e quindi condividono anche pensieri, interessi, etc) intervengano. Qualche nozione di sociologia spiccia dei SN è necessaria.

Credo che sia doveroso sottolineare che, in genere, un qualunque professionista ha alle spalle giorni e giorni di formazione sulla materia che gli compete.

Un’aggravante al modus operandi della responsabile dell’account, è che, in più di un frangente la giornalista ha risposto con molta arroganza ai tweets di replica; e Twitter, molto più di altri SN, non tollera comportamenti simili. Basta pochissimo per accendere la miccia, e la maleducazione, l’arroganza, il pressapochismo e la superficialità, sono fiammiferi.

Gli account di Twitter sono gestiti da persone e non da macchine; ma per far si che gli ‘umori’ di chi gestisce non interferiscano è necessario che quella persona segua le policy che devono essere definite prima di mettere piede su un qualunque social network. Ci vuole quindi una buona dose di formazione per poter gestire situazioni critiche: non ti puoi permettere di usare un megafono per dire la tua, perché, in quel momento, stai parlando per conto di un altro, ed è una grande responsabilità.

In sintesi: scrivo bene, uso Twitter, conosco bene un argomento, sono requisiti necessari ma non sufficienti per poter gestire ‘professionalmente’ la presenza in Rete di un’azienda o di un prodotto.

 

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3 comments to #poernano docet

  • Tutto vero, d’accordo. Ma anche: farei un’aggiunta. Io ho stima per gli addetti ai social media che sanno “applicare strategie, studi e teorie di marketing e comunicazione” perché l’uso degli ordigni sociali richiede quel genere di competenza. Quando non ci sono questi skill dovrebbe soccorrere il caro vecchio buon senso del quale dovremmo essere dotati – o in caso contrario, faremmo bene a dotarci. Voglio dire: a questo mondo ci si sbaglia, siamo umani. Da un errore discendono volentieri comportamenti altrettanto errati. Ma arrivati a un certo punto bisogna avere il coraggio di dire: scusate, ho preso un granchio pazzesco, perdonatemi. E bisogna dimostrare di aver capito dove s’è sbagliato, altro che “mi hanno frainteso”. La signora in questione sconta un aspetto che non so quanto sia emendabile con un appropriato social skill training: ha un caratteraccio. Chiaro che poi qualche twittero ha calcato la mano. Per giunta, data la sua posizione ed esperienza, sembra esattamente il genere di persona in grado di “applicare strategie, studi e teorie di marketing e comunicazione”. E invece.

  • Purtroppo non esistono corsi per dotarsi di buon senso.
    Se mancante, nemmeno il pedigree professionale riesce a ‘contenere’ il lato umano facendo degenerare le situazioni.
    Per questo, credo, che il lato umano (delle persone, delle relazioni) faccia la differenza: puoi essere il migliore, ma se hai un ‘caratteraccio’ e non ti impegni per smussarlo, farai fatica a far emergere quanto vali. Anche questo, lavorare su stessi, a mio avviso, significa essere professionali.

  • Questo non è il primo caso e non sarà manco l’ultimo in rete almeno fintanto che chi si mette a scrivere dietro ad una tastiera dando vita ad un account non faccia proprio il principio sacrosanto che in rete tutti i “privilegi” sociali, personali e professionali acquisiti lecitamente o meno grazie alle occasioni della propria vita, vengono meno. Il confronto è alla pari in rete, per la prima volta conta davvero chi sei davvero, depurato o se preferite, spogliato dalle ipocrisie della nostra bella società.