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Vino, futuri possibili | #vinofuturipossibili

Si è svolto ieri il convegno “Vino, futuri possibili“, il 1° rapporto che analizza l’intera filiera del comparto vino, organizzato da il Gruppo 24 ORE in collaborazione con Bargiornale, Gdoweek, Mark Up, Ristoranti-Imprese del Gusto- e VigneVini.

Nell’occasione sono stati illustrati i risultati e i fattori di successo per il vino italiano emersi dalla ricerca realizzata sui consumatori e i professionisti da Duepuntozero Research, Gruppo Doxa e Marilena Colussi, Direttore di Ricerca tendenze alimentari e sociali.

Doveroso, in primis, un complimento all’organizzazione che ha previsto un live-twitting con hashtag ufficiale (#vinofuturipossibili), aggiornamenti in tempo reale anche su Facebook e wi-fi per tutti. Non datelo per scontato: abbiam visto convegni dedicati ai social media, totalmente muti.

Abbiamo iniziato con la presentazione delle ricerche, con le quali è stata coinvolta tutta la filiera (507 professionisti, suddivisi nelle tre macro-aree produttori, HoReCa e altri), con tanto di web-panel di consumatori (500 tra uomini e donne, tra i 18 e i 64 anni).
Durante il questionario sono state realizzate tecniche di stimolo proiettivo relativo all’immagine e al vissuto del vino, utilizzando un espediente, quello dell’extraterrestre, personaggio estraneo al quale raccontare la cultura e l’esperienza del vino: se un alieno extraterrestre atterrasse oggi sulla terra, come gli spieghereste il vino?
Un terzo campione viene da 2030 italiani (18+), rappresentativi dell’universo di riferimento, intrvistati attraverso il panel CRA.
Vi rimando al report per maggiori dettagli ed approfondimenti.

Qualche dato sparso e alcune considerazioni emerse:

  • Rosso, bianco, frizzante, buono, corposo, allegria, sono le parole più ricorrenti fra i consumatori.
  • Il consumatore beve il vino per abbinarlo al cibo, per esaltarlo
  • Si beve il vino perché è adatto a ogni situazione: pasto, cena, pranzo, bere, aperitivo le parole più ricorrenti;
  • Il 20% beve vino perché fa stare bene: allegria, piacere, digerire, leggero;
  • Fuori casa si beve meno ma meglio;
  • In italia il vino si beve al ristorante;
  • 56% di vini acquistati in GDO sono denominazioni (DOC, DOCG, IGT);
  • Il vino si compra in GDO, non in enoteca;
  • Il consumatore ritiene che negli ultimi anni la qualità dei vini in GDO sia aumentata;
  • I ricarichi della ristorazione svantaggiano il consumo secondo i produttori;
  • Il consumatore beve vino perché è naturalità (la filiera però svanisce perché, sembra, che la bottiglia si acquisti direttamente sulla pianta 🙂 )

Quale futuro quindi?
Fattori di successo del vino italiano secondo il consumatore sono qualità, marchi DOC-DOCG, provenienza-territorio; per i produttori, aumento rapporto-qualità prezzo, export, mktg e comunicazione, sostenibilità ed internet.

Una riflessione importante: chiavi del successo potrebbero essere la sostenibilità ambientale e la sostenibilità sociale.

Federico CapeciVino riassume dicendo (meglio dire twittando): dal raccoLto al raccoNto (non solo di quello che e’ stato ma anche di quello che sarà) perché il brand si costruisce con lo storytelling.

E’ stata la volta poi di “La via sostenibile del vino“, con Davide Paolini (Il Gastronauta), Riccardo Cotarella (enologo) ed Emilio Renato De Filippi (enologo e coordinatore progetto Magis).

Se per il Prof. Scienza la sostenibilità è un fatto dell’anima, per Cotarella è un aspetto sociale, scientifico e d’innovazione, perché la biodinamica è una scienza profonda e complessa e deve rimanere una libera scelta dell’agricoltore, non del consulente o del giornalista.
Per Cotarella le aziende devono sperimentare tutto in azienda, ricordandosi però che la tecnologia di cantina è biologia, microbiologia, fisica, non chimica. Pensare al futuro e fare innovazione, secondo lui, è anche fare nuove considerazioni in vigna tenendo conto del cambiamento climatico.
Con il progetto Magis, ricorda De Filippi, produttori e università si sono uniti per la sostenibilità, pianificando interventi, sia in vigna che in cantina, solo se strettamente necessari. Il grande problema del biologico è la difficoltà di garantire una costanza produttiva e di conseguenza un reddito sufficiente alla sopravvivenza delle aziende.

Di “Vino 2.0” hanno parlato Andrea Gori e Giuliano Prati.

Gli interventi di Gori e Prati confermano quanto continuiamo a ripetere: i consumatori chiedono un cambiamento nel linguaggio del vino ma i produttori non l’hanno capito; solo parlando con sincerità sul web si costruisce una vera reputazione.
La chiave del successo sul web (e di conseguenza del business) è proporre contenuti di qualità perché il mezzo è potente.
Insomma, il consumatore vuole sapere (…e ritorniamo allo storytelling); con quale mezzo non importa, importante e’ creare e condividere i contenuti in rete, perché il vino e’ un prodotto generoso, anche nel farsi raccontare/discutere e, in fondo in fondo, tutto si riduce a un ‘è buono o non è buono’. Punto e a capo.

Anche in questa sede è stata fatta l’affermazione: i SN possono dare visibilità alle piccole produzioni che hanno budget bassi per la comunicazione.
Ecco, in grassetto, metto budget bassi: marketing e comunicazione sul web hanno dei costi. In alcuni casi inferiori a quelli tradizionali ma non certo nulli e, soprattutto, non possono essere sostitutivi. Comunicazione tradizionale e 2.0, per chiamarle in qualche modo, sono complementari!

A concludere, la tavola Rotonda “Vino e Made in Italy” con Elena Amadini (Brand manager wine&food Verona Fiere), Gianluca Putzolu (Direttore commerciale Le Macchiole), Massimo Bolchini (Standard development director GS1 Italy), Gianfranco Chiarini (Corporate econsultant executive chef), Massimo Furlan (DIrettore food&beverage La Rinascente), Luca Gardini, Riccardo Ravasio (Direttore vendite Italia GIV), Antonio Santini (RIst. Al Pescatore).

Anche in questo momento di confronto, è parso evidente che il vino italiano è ben visto ed apprezzato all’esterno, ma continua ad essere carente in comunicazione e non gode di grande credibilità.

Ho apprezzato molto l’intervento della Amadini che ha esordito con un bel ‘Dalle ricerche, emerge un consumatore molto simile a quello di 10 anni fa; analogamente per quel che riguarda il mondo del vino in generale: la qualità del prodotto è ben percepita, la produzione è pressoché costante, continua il calo dei consumi interni. Messe insieme le due cose, è evidente che poco, o niente, è stato fatto, nel mondo del vino, in questi 10 anni.
E mica le si può dare torto.

La Amadini ha più volte sottolineato che una delle mancanze principali, nell’affrontare i mercati, sia nazionali che internazionali, è la scarsa conoscenza che le aziende hanno dei potenziali consumatori: inutile quindi fare la valigia e partire, se non si sa bene come e a chi rivolgersi.
A questa va aggiunto che non c’è un sistema Italia e la frammentazione di eventi tra regioni e associazioni non fa bene.
Insomma, facciamo acqua un po’ ovunque, oltreché vino….

Parlando di Internet, risulta quanto mai significativa l’espressione “Internet permette lo scambio osmotico tra produttore e consumatore”: detto dalla brand manager di un evento completamente avulso da qualsiasi comunicazione moderna è quanto meno apprezzabile. Stai a vedere che qualcosa di 2.0 bolle in pentola per il 47° Vinitaly.

Spulcinado tra gli appunti e i tweets, le riflessioni che più mi hanno colpita:

  • La GDO in questo momento ha una grande responsabilità sociale nel mondo del vino; è uno sbocco estremamente importante per il vino (vale un miliardo di euro di venduto, del quale il 75% in vetro) e la chiave di volta (il futuro) è il brand, almeno secondo Ravasi;
  • La novità nel mondo del vino, è il vino del futuro è naturale e biodinamico perché ottiene la curiosità del consumatore (Amadini);
  • Vino italiano è visto molto bene ma problema è come comunichiamo il nostro territorio, non abbiamo opinion leader;
  • Internet è molto democratico ma è facile parlar di vino in maniera sbagliata: serve cultura di base per produrre qualità.

Quali futuri, quindi, per il mondo del vino?

Io ancora non ho avuto delle risposte; credo che, fondamentalmente sia perché questo mondo del vino, è talmente sfaccettato che non esistono risposte univoche; ognuno deve trovare il suo futuro, che sia in Italia o all’estero, che sia in GDO o nell’HoReCa.

Credo però che il mondo del vino debba capire, quanto prima, prima che sia troppo tardi, che è necessario iniziare a comunicare per fare cultura di prodotto, di territorio, di prezzo; fornire al consumatore e all’operatore di filiera, gli strumenti per capire le differenze e le qualità di questo coriandolizzato mondo del vino.

Unito a ciò, è necessario abbandonare l’egocentrismo della bandierina in chiave commerciale ed imparare a crescere coi consumatori e, una volta per tutte, fare sistema, per essere più incisivi e produttivi: tante gocce fanno un mare, si dice.

Per me fare branding nel vino continua a significare fare branding di territorio, di prodotto, di Made in Italy.

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