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Il vino nella Rete

Freedata Labs ha condotto un’indagine di web listening per la rivista Beverage&Grocery, analizzando tutti i contenuti prodotti in rete nel corso degli ultimi 12 mesi in merito ai 70 vini DOCG prodotti nel territorio italiano ed ai 15 vini (italiani) più venduti in GDO.

Quanto, dove e come si parla di vino in Rete?

Il buzz prodotto proviene principalmente da tre canali digitali: il Mainstream (siti di news, redazionali e istituzionali) col 54%, i Blog col 23% e i Forum col 9%; il restante 14% si ripartisce fra Microblog (caratterizzato nella sua quasi totalità da Twitter), Video e Foto Sharing e Social Network.

I differenti profili fra i tre canali digitali conduce ovviamente a diverse tematiche trattate all’interno dei contenuti raccolti. Mentre nei Mainstream e nei Blog la presenza di siti specializzati nell’enogastronomia fa sì che gli articoli e i post pubblicati siano indirizzati principalmente a un pubblico esperto del mondo del vino, nei Forum gli utenti discutono in modo meno tecnico e professionale e sicuramente con un linguaggio diverso da quello degli addetti ai lavori.

Nei Forum le conversazioni si sviluppano lungo due principali filoni: le occasioni di consumo, i consigli tra gli utenti e lo scambio di opinioni.
I vini più chiacchierati sono, tra quelli analizzati, Chianti, Lambrusco e Brunello di Montalcino, che presentano, tra l’altro, pagine Facebook con un elevato numero di likers (dai 20.000 ai 110.000 ‘likes’).

Si parla di vini ma poco di cantine ed etichette: in termini quantitativi la percentuale dei contenuti che riguarda cantine ed etichette passa da circa il 7% dei Mainstream al 6% dei Blog fino al 3,5% dei Forum.

Le conclusioni a cui arriva la ricerca sono fondamentalmente due: in Rete si parla (e tanto) di vino ma non si parla di brand.

Gli utenti sono interessati a saperne di più, si confrontano, cercano aiuto soprattutto all’interno delle web community che frequentano abitualmente e che non sono specializzate nell’eno-gastronomia. Utilizzano un linguaggio semplice, presentano i propri gusti ma non si spacciano per esperti ancor meno per addetti ai lavori.

Il concetto di marca (sia essa cantina o etichetta) è quasi assente: gli utenti parlano in rete del tipo di vino ma raramente la conversazione scende al livello dell’etichetta presente sul mercato.

Sulla scorta di queste due conclusioni, i ricercatori si auspicano che i principali produttori italiani di vino vengano stimolati ad evolvere la propria strategia di comunicazione (non solo digitale) verso un contesto più social e meno tradizionale.

La maggioranza dei consumatori ha il bisogno di confrontarsi e raccogliere informazioni ad un livello di maggior semplicità e socialità; oggi, questo ruolo informativo/formativo è ricoperto dagli utenti stessi (i più esperti e appassionati) lasciando alle cantine e ai produttori l’onore e l’onere di comunicare agli esperti del mercato.

Un comune filo conduttore da seguire è l’approccio mirato al confronto e allo scambio di informazioni con il consumatore con l’adozione di un linguaggio più semplice, più pratico.

Queste conclusioni mi trovano abbastanza d’accordo e mi piace che arrivino numeri a sostenere quanto ci diciamo, noi addetti ai lavori.

Non più alimento ma nemmeno bevanda, il vino deve trovare una nuova funzione e grazie alle chiacchiere in Rete, pian piano emerge un nuovo profilo; in Rete si parla di vino e fortunatamente se ne parla tanto associato al concetto di convivialità e socialità.

Credo che tutti gli operatori presenti in Rete, siano essi produttori, grandi o piccoli, giornalisti, intermediari, dovrebbero avere un ruolo informativo/formativo utilizzando messaggi semplici (non semplicistici nè banali) e chiari; far capire che esiste una differenza tra un metodo classico e uno charmat, tra un Nebbiolo di Valtellina e uno di Langa, è tanto importante quanto far comprendere le enormi differenze di prezzo tra prodotti simili. Solo così si fa chiarezza e si aiuta a scegliere.

Grandi o piccoli, i produttori dovrebbero sfruttare l’opportunità che la Rete offre di essere vicino al consumatore e di poterlo guidare, assumendo l’importante ruolo di promotori della cultura enogastronomica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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