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Per parlare ancora di PR

C’era una volta un mondo in cui i blogger scrivevano per passione, si incontravano tra di loro come carbonari, si lamentavano per la poca considerazione che arrivava dal mondo delle aziende. Poi qualche imprenditore illuminato pensò che fare provare prodotti poteva essere un modo per aprire un ponte con loro, per fare amicizia…(*)

Poi arrivarono le offerte (e le risposte): io ti invito, ti do un prodotto in prova (poi magari te lo lascio anche), tu scrivi bene, mi linki il sito, e magari, appunto, fai un po’ di PR per me; io ti chiedo di scrivere qualcosa di bello ed interessante (come ti dico io), in merito ad argomenti che ti indico, e ti pago.

Le digital internet PR erano finalmente state normalizzate, erano diventate come le tanto vituperate vecchie PR. E ottenevano, più o meno, gli stessi risultati. (*)

Insomma nuovi strumenti per vecchie metodologie e i blogger non si riconoscevano più ; e in questo non c’è nulla di “conversazionale” e trasparente; niente, insomma, di quello che caratterizza il web (e il marketing e la comunicazione e le PR) 2.0.

La prima volta che sentii un’agenzia ammettere di avere ‘blogger’ a libro paga, ci sono rimasta malissimo; esattamente come la prima volta che un blogger mi chiese ‘quanto mi date se scrivo una rece sul tal vino’. La prima cosa che ho pensato è stato che non avevo capito niente fino a quel momento, che, insomma, il web non è esente dalle tradizionali dinamiche dell’off-line.

Sicuramente la relazione tra le aziende e il resto del mondo è cambiata e ancora cambierà, e a questa cosa ancora non siamo preparati: le aziende non hanno ancora la preparazione per comprendere quale sia la maniera migliore di muoversi e le agenzie usano nuovi strumenti per fare le stesse cose di prima; laddove regna la confusione tutto è possibile.

Io ti pago, o ti faccio un regalo, perché tu parli di me o del mio prodotto; ma, a cosa serve tutto questo?
Fondamentalmente questo tipo di attività serve per generare traffico e buzz (passaparola), ma non possono incidere sulla cose più importanti che sono la credibilità, la reputazione e la fiducia.
Al contrario, rischiano di minarle, sia quelle del blogger che quelle dell’azienda.
Di fronte al banner pubblicitario, io, lettore/utente, sono consapevole della funzione dello strumento; di fronte ad un post ‘marketta’ posso sentirmi ingannato.

Reputazione e fiducia sono due concetti affini e collegati fra loro. La fiducia può essere definita come il “sentimento di sicurezza che deriva dal confidare in qualcuno o in qualcosa” .
Per creare un sentimento di fiducia è necessario che la persona o l’azienda abbia una forte reputazione; se la tua reputazione è forte, la fiducia dei consumatori in te o nei tuoi prodotti sarà forte, e i tuoi prodotti saranno venduti più facilmente.

Ma le persone si relazionano con le persone, non con i brand o le aziende: sono le raccomandazioni da persone che si conoscono lo ‘strumento’ più utilizzato per la scelta di un prodotto.
Ecco che le persone (gli altri consumatori, blogger compresi) diventano brand ambassador, perché si identificano con i valori e i simboli rappresentati dal brand, tanto da metterci la faccia; sono persone che fanno ufficialmente pubblicità al brand e si fanno portatori dei valori del brand (anche) senza ricevere una ricompensa per questo.
Diventa estremamente difficile essere il testimonial di un prodotto o di un servizio in cui non credi o che non mantiene le sue promesse e che non ti permette di mantenere, al tempo stesso, la credibilità e l’autorevolezza che ti sei guadagnato nel corso del tempo.
E alla luce di questa consapevolezza è allora importante anzitutto capire chi sta parlando del vostro brand e che cosa lo motiva a farlo per poterlo così coinvolgere come brand ambassador e invogliarlo a continuare questa sua attività.

Ma fino a che qualcuno sarà disposto a farsi pagare, ci sarà sempre qualcuno pronto a farlo, è la regola.

Ma questo niente ha a che vedere con le PR, sia on che off.

Chi si occupa di PR dovrebbe occuparsi di costruire legami,relazioni,contenuti; dovrebbe lavorare per costruire e rafforzare la reputazione dei propri clienti, in modo competente e trasparente; dovrebbe individuare e relazionarsi coi consumatori e con questi brand ambassador, informando, fornendo materiali, sottolineando vantaggi, ricevere feedback per migliorare i prodotti; dovrebbe coinvolgere e rafforzare questa condivisione di valori. Dovrebbe fornire tutti gli strumenti necessari perché gli altri parlino del brand e dell’azienda, con la massima libertà e nella maniera che più ritengono opportuna.

Può succedere tutto questo a fronte di 50€ per un post? Non credo; perché, se fosse, allora qualunque azienda con un budget minimo, potrebbe ottenere molto.

A chi dovesse replicare che anche il blogger deve pur campare, rispondo che non l’ho mai messo in dubbio.
Ma blogger non è una professione; il blog è uno strumento: è un volano per altri business, è lo spazio dove coltivare la propria reputazione, è dove far crescere il proprio valore aggiunto. Valore per il quale, sì, si può pagare.
Conosciamoci, relazioniamoci, costruiamo qualcosa insieme: solo così guadagneremo tutti: consumatori, blogger, aziende ed agenzie.

(*) tratto da “La favola delle PR on line” [mini]marketing

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10 comments to Per parlare ancora di PR

  • Parole sante Pamela. Ma te pensi che questo succeda più nel mondo del food o anche il vino ha i suoi scheletri nell’armadio?

  • Ciao Andrea,
    credo che nessun settore ne sia esente, wine e food compresi.

  • Interessante sentire parlare di reputazione e fiducia, temi alquanto desueti, ormai.
    Essere blogger,vorrebbe dire essere arsi dalla fiamma della conoscenza e della purezza e aver fatto voto di povertà?
    L’apparente libertà del mezzo è solo apparente, quando il tempo dedicato supera un limite fisiologico ci si chiede perchè esporsi, perchè ricercare, perchè promuovere prodotti senza ritorni neanche morali o di immagine, di autorevolezza?
    Spesso l’assordante silenzio del Web sempre pronto ad agglutinare risentimenti e poco disposto alla partecipazione generosa dei contenuti porta chi scrive a chiedersi se non sia una passione autoreferenziale.
    E come tale inutile se non, forse, per i brand che vengono pubblicizzati.
    E’ una vita dura quella del blogger passionario, spesso aggredito anche da gruppi editoriali che scaricano dubbi sulle prezzolature dei one man blog, per ripulire anni di loro compromessi che al confronto le 50,00 euro per post fanno ridere.
    Il tema è complesso e si allarga anche alla scarsa coesione fra blogger, cani sciolti sempre diffidenti e ringhiosi che prima di intervenire nei post di altri si fanno i conti in tasca e raramente scendono in campo, se non nel loro orticello.

  • Pamela,
    ho una domanda da farti:
    secondo te i produttori dovrebbero essere più partecipi sul web e magari partecipare alle discussioni sui loro prodotti?
    Oppure è più sensato non farsi coinvolgere quando si parla di loro?
    Questa è una domanda che spesso Tirebouchon ed io ci poniamo senza venirne a capo.

  • Luigi, il blogger non ha fatto e non deve fare voto di povertà, ma deve trovare il suo business model.
    Scrivere post ‘pilotati’ (perché di questo si tratta), secondo me, è limitante: sei pagato per dire, a parole tue, quello che un altro ti dice di dire.

    Per rispondere alla tua domanda, ritengo che gli interventi dei produttori siano fondamentali se finalizzati a fornire informazioni, chiarimenti, approfondimenti, a consolidare relazioni, etc; diversamente, se un produttore interviene a prezzemolino per ricordare quanto i suoi prodotti siano belli&buoni, o quanto quelli degli altri siano brutti&cattivi, allora no, non li trovo opportuni; ma qui non parliamo di strategie ma di buon senso.

  • Credo che la chiave di lettura migliore sia presente nelle ultime parole del post di Pamela:

    “Ma blogger non è una professione; il blog è uno strumento: è un volano per altri business, è lo spazio dove coltivare la propria reputazione, è dove far crescere il proprio valore aggiunto. Valore per il quale, sì, si può pagare.”

    Certo, Luigi, scrivere comporta fatica e un investimento sostanzioso, economico e di tempo.

    Al pari di altre passioni.

    L’elenco di categorie pronte a sbranarsi è lungo, on e off line: triste che sia così ma temo sia insito nella natura umana. Specie sotto la luce , effimera, dei riflettori.

    Fare delle proprie parole un pensiero libero e “oggettivamente obbiettivo” è il più grande compenso che ci si possa dare: inutile aspettarsi riconoscimenti da chi non può comprendere questo.

  • Credere che il comportamento umano possa essere sempre limpido e cristallino equivale a credere all’esistenza di Babbo Natale.
    Sulla questione sollevata da Pamela sono stati già scritti fiumi di bits (una volta sarebbero stati d’inchiostro) e è stato detto tutto e il contrario di tutto.
    La realtà è fatta anche di agenzie che parlano per conto di clienti (paganti) passandosi per blogger e/o semplici consumatori; di blogger che poco onestamente pubblicizzano prodotti e/o brand a pagamento (non dichiarandolo); società che si fingono blogger e/o semplici consumatori; una grossa massa di società e persone che se ne fregano bellamente dei social e di Internet (non dimetichiamocelo mai!) etc etc… che c’è di strano? IMHO nulla, l’online rispecchia l’offline e non vedo perché dovrebbe essere diverso. Non siamo mica più nell’era degli early adopters quando sul doppino si era in quattro gatti e ci si conosceva tutti per nome, adesso in Internet e in particolare sui Social inizia ad esserci il paese REALE (che per l’appunto come tale si comporta).
    Inoltre si parla molto di queste pratiche (in negativo) ma poi si elogiano le strategie di marketing virale (che IMHO è pubblcità celata visto che NON viene dichiarato che è pubblicità!), si elogiano i flashmob (organizzati a pagamento) ed altre pratiche che, chissà perché, son una figata, tanto da far Curriculum…
    Che ne pensate?

  • Depressione,
    scollego il router e vado in edicola.
    Mi deprimo non tanto perchè è una immagine negativa del web ma sopratutto perchè non si offre agli utenti (distratti o meno informati) un servizio di media qualità ma un percorso di guerra costellato di insidie e di proposte truffaldine.

  • Vi consiglio, se ancora non lo avete fatto, la lettura di quest post di Enrico Bianchessi
    http://www.enricobianchessi.com/?p=431

  • Bel post e tema.
    Da bloggerina il tema del rapporto con chi ti scrive per chiederti di scrivere di lui lo sento molto. A volte giungono richieste senza senso. Le più scandolose sono quelle in cui ti chiedono di pubblicare un post scritto da loro, ossia dai PR della ditta.
    Recentemente però sto imparando che c’è gente ed aziende serie. Certo hanno il loro tornaconto, però chiariscono a priori il tuo e loro compito e definiscono un piano editoriale assieme a te. Addirittura con lo scopo non di parlare dei loro prodotti ma di temi ad essi collegati, il che vuol dire non far markette per il prodotto. Poi è alla libertà individuale scegliere se dire di Sì a tutti, tentare nuove strade o limitarsi al blog e basta.
    Insomma, è un campo in fermento aperto a tutte le debolezze umane.