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Abbiamo fatto impazzire la maionese

In questo post parlerò di noi, intendendo tutti coloro che non sono né produttori né consumatori di vino, ovvero quelli che stanno in mezzo (gli operatori): addetti al marketing, alla comunicazione, creativi, fornitori di servizi, distributori, intermediari, etc etc

Un tempo funzionava che il sapere era nelle mani di pochi; se volevi bere un buon vino ti affidavi alle riviste di settore, alle guide, prendevi per oro colato quello che gli esperti dicevano, senza pensarci su troppo.

Era un sistema che si auto-sosteneva, inutile che ci nascondiamo dietro a tante parole; la cultura del vino era per pochi e il consumatore non veniva istruito ma convinto all’acquisto.

Così facendo però, i piccoli produttori erano un po’ tagliati fuori dal giro perché, si sa, la promozione e la comunicazione sono investimenti costosi, alla portata solo delle grandi [tabù del quale parleremo un’altra volta].

Così (noi) iniziammo a sostenere che la forza del produttore stava in lui; che solo col contatto diretto il produttore avrebbe potuto instaurare quel legame fondamentale col consumatore; che lui, solo lui, poteva essere l’unico e vero comunicatore&promotore dei suoi prodotti.

L’abbiamo detto e continuiamo a dirlo; e abbiamo fatto un po’ come con la maionese, “montando” ed “aggiungendo olio”.

Poi arrivò il web, quasi una bacchetta magica o meglio, una frusta elettrica.

Il consumatore poteva attingere dal web ogni tipo di informazione (anche la presunta tale) e approfondire la sua conoscenza; il produttore poteva accorciare le distanze portando il suo verbo direttamente sul pc del cliente potenziale.

Ma a volte le situazioni sfuggono di mano e la maionese è impazzita.

Oggi sembra che oltre al produttore e al consumatore non debba esistere più nessuno: noi, il noi di cui sopra, è diventato inutile.

Il produttore fa tutto lui: coltiva, vinifica, vende, promuove, racconta, comunica, assaggia, critica.

E il consumatore uguale: assaggia, compra, critica, comunica, racconta, promuove, vinifica.

Sembra che si sia trovata la quadra ma..attenzione perché il noi, è costituito da persone e da professionisti.

La professionalità non è un dott. stampato sul biglietto da visita: è preparazione, è esperienza, è autorevolezza, è competenza, è attitudine e molto altro ancora.

Questo post è nato dopo aver partecipato ad una lezione di ‘Comunicare Gusto‘, un corso per addetti stampa dello Sportello Stage di Milano, incentrato sulla comunicazione nel mondo enogastronomico; durante questo incontro, uno degli studenti mi ha posto la domanda: ma se il produttore può fare tutto da solo, a noi professionisti cosa rimane da fare?

A noi, rimane il grosso del lavoro….

Formare innanzi tutto : perché un bravo consulente fa crescere il cliente formando lui e le sue risorse interne, affiancando e tenendolo per mano evitando, se glielo concedono, di farlo cadere nelle inevitabili piccole o grandi buche.

Poi deve incanalare e valorizzare le energie, ottimizzando tutti gli investimenti: economici, umani, di tempo.

Deve vigilare che il produttore e il prodotto abbiamo il giusto riconoscimento tra gli scaffali, tra le pagine di una rivista, nella rete. Sempre e comunque, restando nell’ombra perché l’unico protagonista è il prodotto, unico vero grande comunicare e promotore di se stesso.

Deve riportare con i piedi per terra chi vede solo la spiaggia lambita dalle onde e non sa quanto è profondo il mare.

[Il titolo e qualche concetto, me li ha regalati Giuliano Abate, amico (nonché mercante ) col quale amo discorrere del mondo vinoso come lo viviamo noi.]

5 comments to Abbiamo fatto impazzire la maionese

  • Un articolo che condivido e che affronta temi che ho sfiorato qualche tempo fa in queste poche righe: http://www.tigulliovino.it/dettaglio_articolo.php?idArticolo=6117

    Penso che le professionalità, quelle vere, maturate negli anni sulla base di un’esperienza consolidata e concreta diverranno punti di riferimento preziosi e insostituibili. Fare tutto non si può e ciascuno è bene che si concentri sulle proprie competenze. La parte che vediamo all’opera, quella delle cantine che si danno da fare (e finalmente!) e degli appassionati, è forse la “crosta”.

    L’infinito background che sta sotto è il valore aggiunto che si può vendere o investire come meglio si crede.

    Un abbraccio, Fil.

  • Confermo. Anche noi ne parliamo di tanto in tanto nelle nostre novità dal mondo di vino e internet. L’ultima qui (http://www.wein-plus.de/upload/nl1002.pdf)

    Le persone (i lettori di Wein-Plus) desideranno delle informazioni ricercate e preparate da professionisti affidabili e lo premiano con un aumento continuo d’iscrizioni.

    Un caro saluto,
    Katrin

  • Ciao,
    che le aziende finalmente facciano è sicuramente un bene; ben vengano la voglia di imparare e di fare. Solo l’esperienza dell’aver provato ci può far comprendere il vero valore delle cose e quindi di alcune professioni, soprattutto di quelle meno tangibili.
    Perché la questione fondamentale è che il valore di una professione viene messo in dubbio laddove la sua tangibilità è poca; credo che siano in poche le persone che pensano di dire al loro dentista quel che deve fare o peggio, che, leggendo il manuale del buon odontotecnico ( facilmente reperibile in commercio) si mettano ad otturare denti 🙂
    Questo però succede con altre professioni; ma è la questione che mi preoccupa meno.
    Ci stiamo dirigendo sempre più verso l’alta specializzazione e molte professioni, solo evolvendosi potranno dare quel valore aggiunto che farà la differenza.
    WeinPlus, citato da Katrin, è un esempio di servizio ad alto valore aggiunto.
    Quello che sinceramente temo di più, è che dopo l’entusiasmo iniziale, la difficoltà a sostenere costanza e qualità (vero pericolo per l’ottenimento di risultati a medio/lungo termine) possa avvalorare ulteriormente il pensiero che alcune professioni ( e le attività correlate) siano prive di utilità e fondamento.

    Pamela

  • Molto interessante il tuo pensiero, Pamela. Si lo vedo anche nel mondo delle traduzioni. Parlo spesso con una mia amica italiana che vive in Germania e lei ha perso 50% dei suoi clienti per le traduzioni perché i clienti lo fanno tramite google. Non parlo di risultati improponibili di una traduzione automatica per i testi complessi, ma vorrei rispondere al tuo temore: Magari non servono più testi di qualità? Intanto la massa è sempre meno educata e il livello è sempre più piatto e una cosa fatta bene intanto non la comprende… ne parlo un pocchino anche nelle prossime novità avendo come tema centrale “la prospettiva”.

    Però… ora pian piano ritornano i clienti alla mia amicia perchè vedono che stanno perdendo i clienti e che un bel testo aiuta creare fiducia. E saper scrivere o parlare non vuol dire saper comunicare.

    Penso che per le persone come te, che sono flessibili e anche pensierosi arrivano sempre ad una soluzione perché hanno gli strumenti per essere “solution provider” e questo sono i skills del futuro. 🙂

  • Ciao,
    Katrin il tuo esempio è davvero calzante!
    Esiste google translator: accessibile, facile, ma non esaustivo. Non paragonabile certo ad un essere umano che, non solo conosce grammatica e sintassi, ma conosce sfumature, sa interpretare, sa anche emozionare.
    Forse è proprio vero che c’è un tale appiattimento culturale che le sfumature diventano inutili e il background un accessorio.

    Pamela

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