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Mal comune...

In questi giorni ho curiosato sul web per vedere come le grandi (> 1.000.000 btt, per intendersi) aziende vinicole si muovano nel web e come utilizzino i SM. La mia è stata solo una ‘curiosata’, verificando solo la loro presenza (o assenza) su Twitter, FF, Fb e altri, l’esistenza di community, il loro sito e/o blog; non ho approfondito, per ovvi motivi di tempo ma anche di difficoltà, quanto e come partecipino attivamente (commenti, apertura discussioni, etc) in luoghi non da loro direttamente gestiti.
Obiettivo, insomma, era quello di individuare qualche esempio di web mktg fatto bene, da prendere come caso, ma anche quello di capire quanto le potenzialità del web vengano sfruttate.

Ho sempre pensato che un grande problema delle aziende strutturate, con aree operative ben differenziate, fosse quello dell’identificazione ‘umana’ sul web. Mi spiego: il web crea relazioni tra persone e per le piccole/medie aziende è facile identificare la persona che rappresenta l’azienda, anche sul web: può essere il titolare, che si relaziona direttamente (ad esempio Giampaolo per Poggioargentiera, o Paolo per Cascina I Carpini, o tanti altri) o una persona che comunque è all’interno dell’azienda è che viene identificata con essa. Le grandi aziende che faccia mettono? E se non ci mettono una faccia, chi interagisce?
Durante la mia carrellata, in effetti, ne ho trovate ben poche di aziende che siano riuscite a superare questo ostacolo; ho provato a ragionare sul come fare ma, anche qui, ogni azienda è un caso ed è difficile avere una risposta valida per tutti.

Però ho notato altre cose che mi hanno dato da pensare; problematiche a volte comuni anche alle piccole/medie aziende, che davo per risolte in realtà più strutturate.
Molte aziende, ancora oggi, non hanno capito il vero senso dei social media e le potenzialità del web: il dialogo, il confronto, la condivisione con distanze praticamente annullate e tempi strettissimi.
Esistono fan page di FB aperte che vengono aggiornate (anche non troppo spesso) con le varie news istituzionali,le migliori offerte settimanali: info che non coinvolgono; Twitter, FF, vengono utilizzati per replicare contenuti (del sito, del blog); siti che riportano le notizie del 2008; blog che ci informano della presenza alla prossima fiera o riportano l’ultimo CS inviato.
Fare brand significa coinvolgere, far affezionare, far preferire A a B: se mi bombardi di info poco utili, mi annoi e mi allontani.
Se ti lascio un commento e mi rispondi dopo 3gg, o me ne dimentico o penso che del mio commento non ti interessa.
Se mi mandi via mail un CS con preghiera di diffusione solo perché mi sono iscritto alla tua NL, cosa faccio? Lo leggo a tutti gli alunni della mia classe perché sono un’insegnante delle elementari? (non ridete…capita…).

La sensazione che ho avuto è stata quella di essere di fronte ad esempi di ‘tanto per…’: Twitter è gratis, follow un numero sufficiente di persone, ogni tanto butto lì che il “Pippo 2005” è in offerta, e il gioco è fatto. Niente di più sbagliato.
Aggravante a tutto ciò è il generale ‘scollamento’ che noto tra le attività ‘off-line’ e quelle ‘on-line’ (mi ero ripromessa di non usare più questa differenziazione perché, secondo me, non esiste, ma credo che torni utile): per intenderci, chi si occupa delle pr, in senso classico, generalmente non collabora o ignora del tutto, le attività sui SM, continuando, imperterrito senza considerare una fetta di pubblico che interagisce altrove e senza sapere cosa l’azienda sta facendo altrove.
Non possono esistere ‘addetti’ alla comunicazione (cosiccome in altri ambiti) che lavorino in compartimenti stagni; e anche in questo, il web potrebbe diventare un valido supporto, magari creando spazi di condivisione e confronto (wiki, community, etc).
Le attività di social media sono un’integrazione (non un’alternativa e/o un’appendice) alle già esistenti attività degli uffici marketing e rp, per diffondere i contenuti/messaggi/prodotti in maniera ancora più forte.

I social media richiedono disponibilità ad ascoltare le persone (potenziali clienti, ma anche operatori e perchè no, anche i dipendenti), a entrare in relazione personale con loro, a fare cambiamenti in base ai feedback che forniscono. Tutte le attività creano e fanno parte di un processo iterativo di continuo ascolto dei bisogni e delle motivazioni delle persone coinvolte, che permette di rilevare e valutare, non solo il valore del brand ma anche il valore prodotto dalla community per l’azienda. Questa analisi fa emergere a sua volta nuovi bisogni, nuovi requisiti e ovviamente nuove attività in risposta; un sistema, quindi, che deve essere flessibile e in continua evoluzione.

Da questo emerge, a mio avviso, un altro problema: la paura del feedback/coinvolgimento e la necessità di cambamenti.
Credo che il problema di fondo sia culturale: mancano le basi, la preparazione, per capire che il web e i social media, non sono un gadget, ma una nuova dimensione (con nuovi strumenti) con la quale è doveroso prendere le misure; questo necessita un’evoluzione organizzativa, culturale e dei processi.
Insomma siamo ben lontani dal Mulino Bianco che si è aperto agli User Generated Content ( = il pubblico!)permettendo alla gente di proporre idee circa nuove soluzioni di packaging per prodotti già esistenti, nuovi prodotti da lanciare, e la proposta di slogan per gli spot pubblicitari dell’azienda; gli stessi utenti potevano votare le idee più apprezzate e quelle più votate potevano essere realizzate (pensiamo agli slogan che appaiono tuttora negli spot: sono stati creati da consumatori).

Le aziende che sapranno accrescere contemporaneamente tecnologia e cultura, portando i propri clienti, dipendenti e fornitori a partecipare attivamente al futuro del business, riusciranno a creare un vantaggio strategico sui competitor.
Mica è poca cosa…

26 comments to Mal comune…

  • […] This post was mentioned on Twitter by Social M Strategist, Blogger Italiani. Blogger Italiani said: Mal comune…: http://bit.ly/7TLOTv da Blogger Italiani […]

  • Spesso parlo dei SN e dell’opportunità che questi rappresentano, per le cantine, con chi dovrebbe, a mio avviso, prendere in considerazione, seriamente, questi strumenti.
    “Perchè non te ne occupi tu !” e la risposta che spesso mi sento dare:pensare di delegare un aspetto così importante della comunicazione al primo venuto, a chi, pur frequentando i socialcosi, non ha competenze specifiche e professionalità la dice lunga…
    Hai ragione, quindi, a porre questi interrogativi ;l’aspetto che più mi colpisce del tuo ragionamento è quello relativo alla “faccia” da spendere all’interno delle comunità.
    Sono convinto che chi scrive per conto di una azienda – le dimensioni poco contano – debba metterci la sua, dichiararsi e presentarsi come persona fisica e non come entità astratta.
    Sui suggerimenti *dal basso*,poi, la situazione e paradossale:ci sono marchi importanti che possono contare su schiere di *fans*dai numeri importanti e non sfruttano minimamente queste realtà:ricordo un interessante articolo sul cornetto Algida e sul relativo gruppo che si era creato su FB , tutti amanti del fondino di cioccolato del cono e di come questo fosse ignorato dall’azienda. Ma gli esempi si sprecano.
    Che dire è un percorso ancora lungo da compiere, sicuramente ancor prima mentale e culturale ma oblligato:direi che hai da che lavorare….

    Ciao
    Giuliano

  • Ciao Giuliano,
    non mi ti mettere in concorrenza, nè?!
    Colgo al volo il tuo commento per dire la mia sulla questione ‘delega’, aspetto sul quale mi sono soffermata a ragionare….

    Vediamo tutti i giorni aziende che decidono di compiere alcune attività di social media marketing senza consultare un consulente o una agenzia specializzata. I problemi in questo caso riguardano l’assenza di una strategia e la scarsa conoscenza ‘del mezzo’ web, creando un’idea non completa e generalmente poco realistica; aprire un account Twitter e ogni tanto buttar lì qualcosa, non equivale a conoscere il mezzo nè tantomeno a saperne sfruttare le potenzialità.
    Inoltre, la scarsa abilità tecnica comporta soluzioni di tipo amatoriale (il sito fatto dal fratello del cugino dello zio….per intenderci), che influiscono sui risultati, e l’assenza di un affiancamento professionale determina spesso comportamenti dannosi per la reputazione dell’azienda, oltre che una visione parziale delle possibilità e dei problemi che nel tempo si presentano.

    D’altro canto, vediamo anche aziende che delagano in toto, col risultato di creare troppo formalismo e di sembrare ‘finte’. Questo deriva dalla scarsa conoscenza dell’azienda ( o anche del settore ), ma anche dell’inpossibilità di condividere il quotidiano con chi fa realmente l’azienda; questa ignoranza è colmabile solo a suon di ore e soldi spesi. I contenuti di un blog, le risposte ad un Tweet, possono certamente essere scritti da un consulente, ma a 4 mani con una persona interna. Il plus di alcuni consulenti, che ‘si dedicano’ in toto a poche aziende, ha un costo molto alto.

    In generale i consulenti in rete, secondo me, devono affiancare le aziende e non prenderne il posto, e i motivi principali riguardano da un lato i costi per molte aziende difficilmente accessibili che la delega completa delle attività – notoriamente di tipo time spending – potrebbe comportare, e dall’altro la qualità dei contenuti editoriali e delle attività relazionali.
    Il consulente deve avere un ruolo attivo dal punto di vista tecnologico (strategia,consulenza, etc) e un ruolo formativo e consulenziale per quanto riguarda gli aspetti editoriali e relazionali.

    Il consulente deve analizzare il caso, studiare una strategia e identificare le tattiche più opportune, selezionare o creare gli strumenti adeguati e poi avviare le persone dell’azienda tramite una formazione e consulenza continua, infine controllare il lavoro e i risultati, apportare modifiche.
    Il Web cambia velocemente, e velocemente il consulente deve essere in grado di adeguare attività e strumenti a questi cambiamenti.in una normale suddivisione dei ruoli e delle attività.

    Così ognuno, a seconda delle sue mansioni, ci mette la faccia, dichiarando apertamente quello che fanno; mi vengono in mente il blog di Voiello o di Bravo, dove alcuni autori sono interni delle aziende e altri sono lì ‘per dare una mano’.

  • Grazie per gli ottimi spunti di riflessione che non guastano mai quando si parla di comunicazione web.

    Mi permetto di aggiungere in punta di polpastrelli che, come ogni altra cosa al mondo, anche il web, merita di essere fatto o vissuto al massimo delle potenzialità dell’individuo o dell’azienda intesa come comunità di individui mossi da ideali e obbiettivi condivisi.

    Tentare di ignorare le potenzialità del web di oggi e di non volerne intravedere quelle ancora più immense del futuro è un atteggiamento integralista consapevolmente messo in atto per tentare di rimandare quanto più possibile l’inevitabile cambiamento socio culturale già in atto che in qualche modo vedrà modificarsi i rapporti fra aziende e pubblico.

    Ricordate ” non far agli altri quelle che non vorresti venisse fatto a te ? ”

    Ecco, dopo decenni in cui le aziende ( le big ) hanno studiato il consumatore per creargli bisogni e falsi valori,propinandogli comunicazione predigerita, a sapere di essere studiate da parte dei consumatori, saranno le aziende, e la partita si giocherà sulla trasparenza, la credibilità, l’onestà, cose per le quali, probabilmente l’industria deve ancora attrezzarsi.

    Ciao
    Paolo

  • alberto ugolini

    Ciao Pamela, le tue sono osservazioni sacrosante su cui riflettere, e molto seriamente.
    A parole siam tutti bravi, non costando nulla, a riconoscere nelle nuove modalita’ di comunicazione un illimitato potenziale di conversazioni, a vedere nei SM le moderne agora’ dove incontrarsi e dialogare, nella pratica pero’… Negli esempi illuminanti che citi
    (Giampaolo o Paolo) c’e’ una faccia ben visibile e una persona riconoscibile, elemento che appare un po’ più’ complicato da proporre nelle aziende strutturate (ma anche qui ci sono eccezioni, vedi Francesco Zonin)
    Io credo che in queste aziende più’ della faccia conti lo stile degli interventi, la capacita’ di suscitare interesse e mantenere un dialogo continuo e rispettoso, ispirando curiosita’ e fiducia.
    La questione e’ che al mondo del vino piace parlarsi addosso, soprattutto le aziende (non tutte, per fortuna) hanno privilegiato sinora il dialogo con gli agenti o con i buyer (al limite con qualche ristoratore e appassionato) delegando a questi I passaggi successivi. Occorre uno strappo deciso a questa modalita’ di operare consolidata nell’inconscio comportamentale di molte imprese, occorre dialogare con tutti, anzi con ognuno e per far questo si necessita un cambio di filosofia e, conseguentemente, di strategia.
    Hai proprio ragione, c’e’ ancora tanto da lavorare, ma, se lo si fa bene, anche da divertirsi…

    Alberto Ugolini
    Brand Ambassador
    Gruppo Santa Margherita

  • Cara Pamela,
    condivido molto di ciò che hai scritto, ma temo che la scarsa attenzione al web – e con questo termine intendo non solo i social media ma in alcuni casi lo stesso sito internet aziendale, e a volte persino la stessa comunicazione istituzionale – sia solo uno degli effetti di una mentalità poco incline allo scambio ed al confronto, oltre che – in alcuni casi – anche dell’età media della classe dirigente italiana.

    A mio parere in Europa, ed ancor più in Italia, si fa troppo spesso confusione.
    Confusione tra rispetto della tradizione ed immobilismo, tra umiltà ed incapacità di valorizzare il proprio prodotto, tra semplicità e mancanza di obiettivi.

    Non credo di mancare di obiettività dicendo che a volte si pecca anche un po’ di ignavia.
    Non è facile mettere in discussione modelli, scelte, sistemi produttivi, atteggiamente e convinzioni che per anni hanno significato successo. “abbiamo sempre fatto così” è un’espressione che talvolta mi capita di sentire e che – personalmente – mi dà i brividi.

    Credo sia necessario capire che blog, web, social network vogliono dire confronto, fine della comunicazione dall’alto in basso dove il consumatore è ridotto al mero ruolo di spettatore senza capacità critica ed inizio di una nuova comunicazione tra pari, dove il consumer diventa contributor. Confronto significa anche vedersela con chi dice che si potrebbe migliorare, che qualcosa che pare wonderful al boss in realtà a qualcuno non piace, ma soprattutto credo significhi vedersela con l’impossibilità di piacere a tutti e con la necessità di scegliere, trovando l’approvazione degli uni e la disapprovaizone degli altri.

    Questo del confronto è un mestiere che non piace a tutti, anche se – a mio modesto parere – alla lunga paga. Credo sia necessario tenerne conto, farsene una ragione. E se si vuole percorrere la strada del confronto credo si renda necessario farne a tutti gli effetti una scelta di mentalità e di approccio e trovare il coraggio di scegliere clienti, ma anche collaboratori, oltre che amici e fidanzati, con la stessa attitudine.
    Perchè purtroppo temo che – almeno per i prossimi 50 anni – quelli che “hanno sempre fatto così” continueranno a farlo.

    Un caro saluto

    Monica Pisciella

  • Grazie, ma veramente grazie per gli interventi!
    Ognuno di voi ha esposto le sue valutazioni da angolature diverse, andando, a mio avviso, a creare un quadro ben più chiaro: è la rete bellezza! avrebbe detto qualcuno!

    Il web si basa sull’ascolto e sul confronto, e questo (dovrebbe) fa(rci) mettere in discussione.
    Monica sintetizza perfettamente il vero problema delle aziende col web: non è facile mettere in discussione modelli, scelte, sistemi produttivi, atteggiamenti e convinzioni che per anni hanno significato successo.
    Però, non credo che per altri 50 anni funzionerà così per il semplice motivo che il meccanismo web&co (quello che Paolo definisce giustamente un cambiamento socio-culturale) è partito e non lo si può fermare; ne saranno stritolati quanti, erroneamente, pensano che sia una moda, un qualcosa che passerà, un qualcosa di trascurabile. Schiaccerà i tanti che ‘continuano a fare come prima’ e che non avranno la volontà di evolversi e adattarsi alle nuove esigenze.

    Una volta compreso che è la richiesta dal basso a farla da sovrana, le aziende hanno tempi di adattamento diversi, dettati dal loro grado di organizazzione.
    Banalmente: Paolo ascolta, valuta, si confronta e poi può scendere in cantina e tradurre fattivamente quanto è avvenuto; Alberto anche lui ascolta, valuta, si confronta, ma, diversamente da Paolo, poi deve confrontarsi col suo direttore mktg, con gli enologi, coi responsabili degli altri reparti. Diventa un pò più lungo mettere in moto un meccanismo.
    E questi sono concetti che valgano, in generale, per ogni settore.

    Riferendoci al mondo del vino (autoreferenziale, incapsulato in un vecchio modo di fare informazione, poco incline ai cambiamenti e arroccato su logiche di mercato non molto trasparenti…altre definizioni inseritele liberamente voi), io percepisco prevalentemente due atteggiamenti.
    Uno tipico di coloro che hanno capito davvero che le cose stanno stanno cambiando e pian pianino, anche sbagliando (scarsa conoscenza del mezzo, utilizzo degli strumenti sbagliati, comunicazione non adatta) o con andatura da bradipo, si muovono.
    E un altro, invece, di circostanza, di coloro che cavalcano l’onda senza crederci veramente; un pò come la sciura che indossa le zeppe ma proprio non se le sente addosso…ma fanno tanto moda!
    Il ‘sistema-vino’ (italiano) proprio non lo riesce ad indossare il web! Evidenzia troppo i difetti fino ad oggi nascosti sotto alcune pompose vesti….

    Pamela

    @Alberto, che il contenuto sia sovrano, è indiscutibile: ma una faccina, o almeno un nome, aiutano…

  • Avete scritto tutti cose molto sensate.
    Dopo aver visto però un po’ tutta la trafila, dai siti con le gif animate ad oggi, vorrei però provare a pormi un secondo nell’ottica di chi sta dall’altra parte con alcune considerazioni sparse:

    – i comunicatori devono rendersi conto che chi lavora in vigna veramente, specie se trattasi di piccola realtà produttiva non può dedicarsi ad internet, almeno, non il tempo necessario. In questi casi, o c’è una moglie, un figlio, una figlia che sono in grado di prendere a cuore la situazione e gestirla, magari affidandosi anche alla consulenza di professionisti almeno nelle prime fasi oppure è un problema.

    – ci sono aziende che sembrerebbero, almeno in questo momento, necessitare di una presenza attiva in rete. Come giustamente dice Giuliano ci sono paradossi come la Algida che non sa dei fan della punta del cornetto al cioccolato ma a me pare ci siano anche molte aziende delle quali si continua a parlare anche se magari non hanno neppure un sito, neppure una e-mail. La conversazione globale parla di te anche se non vuoi ma non accade solo nel male, accade anche nel bene, quindi se già fai qualcosa molto bene parti da una posizione di privilegio, hai bisogno di meno sforzo perché la conversazione globale si occupa già di te e ti da una grossa mano anche se tu non fai nulla. Certo, diviene importante interrogarsi sull’importanza di sapere cosa si dice di sé e possibilmente intervenire nella conversazione ma ripeto, al momento, sembrerebbero esserci (poche in vero) realtà felici che vivono quasi a sé stanti

    – esistono dei mediatori non direttamente coinvolti nella vita aziendale, magari neppure indirettamente che si occupano di noi in modo importante. Pensate solamente alla vicenda dei lambruschi e a tutto quel che ne è seguito e ne sta seguendo e al ruolo che le aziende hanno avuto in tutto questo, del tutto marginale lato comunicazione, decisamente importante quanto a qualità del prodotto e apertura a farsi coinvolgere. Ma pensate anche a Gaja che non può certo dirsi un utilizzatore attivissimo della rete.

    Penso che sia un mondo ancora in costante evoluzione. Posso solo rilevare che lo stato attuale è estremamente migliore rispetto a quello di 5-6 anni fa e che cose impensabili allora sono oggi quasi normali per la maggior parte delle aziende. Sono stati fatti enormi passi avanti, ogni tanto, guardiamo anche il bicchiere mezzo pieno.

    Che poi ci si trovi ogni giorno di fronte a situazioni che hanno molto del ridicolo per inesperienza e incapacità è assolutamente vero. Potremmo andare avanti ore e mi piacerebbe ma è molto tardi, buona notte.

    Fil.

  • Ciao Fil,
    assolutamente vero quanto dici.
    E alla fine vale sempre il detto: non far di tutta un’erba un fascio…Cioè, ogni azienda è un caso a sè, e come tale va doverosamente trattato.

    Conosco bene le difficoltà che incontrano le piccole aziende (magari a gestione familiare) nell’affrontare tante attività che non siano relative alla produzione: hanno difficoltà non solo col web, ma anche con la comunicazione, il mktg, la promozione, in generale: questione di tempo e questione di soldi. Lo sappiamo bene che guadagnerebbero molto di più ( sia in termini di immagine ma anche di qualità di vita) a prendere in considerazione l’investimento in un professionista, ma anche qui la mancanza di cultura aziendale prevale e certi meccanismi acquisiti, la fanno da padrona.
    Potrei anch’io andare avanti ore a tentare di spiegare e far capire alcuni concetti, ma mi sembra inutile farlo con voi coi quali ci siamo confrontati in tantissime altre occasioni.
    D’altro canto, che ci siano aziende (grandi e piccole) che anche senza il web, hanno successo, è vero; hanno lavorato e lavorano bene, hanno quei plus che gli permettono di non interessarsi di altro. Ma fino a quando? Perché, ripeto, secondo me, è proprio un sistema che sta cambiando e non si può far finta di niente.
    Ma ci sono aziende che col web lavorano bene ma per noi che le guardiamo attraverso un monitor non è così evidente: seguono conversazioni, tendenze, coinvolgono (fuori) il web, ma non partecipano attivamente.
    Il ‘caso lambruschi’ (di cui, ammetto, vedo solo la parte relativa ai commenti e alle riunioni tramite Twitter/Friendfeed) è significativo di quanto succede in rete; non sono state le aziende a dare il via a questo cancan, o buzz, o come lo vuoi chiamare, ma altre persone; quanti produttori di Lambrusco hanno saputo però cogliere la palla al balzo? Sono queste grandissime opportunità offerte in rete da alcuni appassionati (tra i quali anche produttori non di lambrusco) che non vengono sviluppate in modo proficuo dalle aziende.
    E sono opportunità non colte non solo da chi è occupato in vigna, e allora non ha tempo di vederle, ma anche da chi il web proprio non lo vuol vedere.
    Come dicevo nel mio precedente commento, anche secondo me è questione di tempo ( non 50 anni ma nenache 2), ma le cose dovranno cambiare, perché web&co sono una realtà e come tale andrà gestita.
    Pamela

  • Ignorare il web Pam per me è una cosa talmente assurda che è come dire ignorare che oltre l’Italia esistono altri stati non affronto nemmeno la questione. Dico solo che oltre a quanto di giusto è stato detto, ci sono anche casi in cui le aziende che non frequentano abitualmente il web, grazie al web sono state coinvolte in una conversazione che non sapevano nemmeno esistesse, già il solo fatto di lasciarsi coinvolgere, sia pur solo o prevalentemente online, è segno di un’apertura che fa bene e che paga. Vorrei sottolineare quindi che è più rilevante la questione dell’atteggiamento mentale che l’operatività in sé perchè se sei molto molto bravo e sei anche un pizzico fortunato ci sarà sempre qualcuno che parlerà di te (ricordi ? be good!) 🙂

    Certo, chi parte da una posizione di chiusura totale, non solo alla rete ma all’interazione, al confronto, allo scambio, bè presto o tardi sbatterà molto forte contro un muro molto duro.

    Fil.

  • Alberto Ugolini

    Molto interessanti gli interventi qui letti, soprattutto perchè, come scrive Pamela, arrivano da angolature differenti ed evidenziano approccio filosofico e modalità operative diverse. Ha ragione Paolo, si sta ribaltando (si è già ribaltato?) il rapporto di forza, di influenza fra produttore (non solo big!)e fruitore, con quest’ultimo non più condizionabile ma condizionante nei confronti delle aziende anche perchè potenzialmente più consapevole della “trasparenza, la credibilità, l’onestà…” delle prime.

    La regola aurea del “passa parola” come metodo privilegiato nelle scelte di un prodotto, di un ristorante, di una località di vacanze, di un libro ecc. ha trovato nel web, nei SM, nella possibilità di comunicare in tempo reale con chiunque al mondo una istituzionalizzazione, e questo condizionerà non poco le scelte delle aziende, avvantaggiando coloro che in questa sfida sapranno cogliere le opportunità di un consumatore, come dice Monica, non più spettatore ma contributor…

    Ragione ha pure Filippo nel dire che molti produttori, vuoi per la qualità dei prodotti o per altri motivi, al momento non hanno bisogno del web. Al momento, appunto…

    Sottoscrivo sino all’ultima parola il commento di Pamela, sottolineando solo che faccina e nome sono fondamentali anche nella comunicazione delle grandi aziende ma forse conta di più ciò che comunico e il contenuto di ciò che dico in coerenza con la filosofa aziendale.
    Come dire, le persone possono anche cambiare, le conversazioni invece restano…

    Alberto

  • Attenzione Alberto, non ho detto che non hanno bisogno del web, ho detto che possono permettersi di non usarlo direttamente con le loro manine fintanto che possono contare su una schiera di fedelissimi che lo fanno per loro. La parte operativa quindi.

    Ignorare tutto ciò è l’errore.
    Questo si.

    Fil.

  • Fil, un chiarimento.
    Per schiera di fedelissimi intendi ‘utenti/consumatori’? Giusto?
    Come nel ‘caso lambruschi’?

  • Mah si, chiunque sostenga a spada tratta il brand, non farei distinzioni di categoria. Fil.

  • Aloha!
    Alzo la testa dall’opera un momento….ma non è che per caso le discussioni che si fanno sul web non avendo ritorni facilmente percepibili (i.e. traducibili in termini numerici) faticano ad essere considerati dai big? Non so, ma mi metto nei panni del direttore marketing che deve spiegare al suo consiglio di amministrazione che bisognerebbe investire X sul web….ce li vedo i vari personaggi abituati a macinar tabelle e ritorni che gli cose del tipo (ovviamente variano a seconda della dimensione dell’azienda, dalla più grande alla più piccola – che probailmente entra più nell’operativo) i) che tipo di ritorni possiamo aspettarci dall’iniziativa, ii) i nostri competitor non lo fanno, qual’è il vantaggio competitivo e in quanto tempo pensa che riusciremmo a costruirlo, iii) a regime l’investimento ideale quanto a si assesta…..
    Inoltre “internalizzare” o per dirlo normalmente, far fare delle persone dell’azienda un’attività di tipo “umano e coinvolgente” secondo me richiede due presupposti i) che la persona che lo fa sia realmente motivata dall’entusiasmo verso l’attività che promuove, altrimenti si cade facilmente nel ghost writer, ii) che la (o perchè no più di una) persona che lo fa abbia la disponibilità di farlo per un tempo davvero “corposo” per assicurarsi che ci sia un reale coinvoglimento e partecipazione.
    Eh si perchè quello che emerge dal discorso talvolta sembra dire “o ci sei e partecipi” (che implica un considerevole tempo speso online) oppure sei out….
    Ma siamo sicuri che sia così? Io leggo centinaia di titoli sul mio RSS e ne leggo solo alcuni, spesso di gente che scrive poco ma vale la pena leggere (secondo me). E se commenta il giorno dopo amen, l’importante è condividere, possibile che si debba sempre avere tutto e subito…..

  • Tom, me la immagino sì la faccia perplessa del management che si trova di fronte alla richiesta di investimento in attività per le quali il ROI non è ben definito!
    La stessa faccia di quando gli hanno chiesto di affidare la contabilità ai sistemi informatici e non più al cartaceo, o di quando gli hanno detto che con la televisione l’informazione (o meglio, la pubblicità) sarebbe arrivata nelle case di milioni di persone.
    Scusa la battuta 🙂
    Tom, il punto è proprio questo; il web&co necessita di riorganizzazione: revisione di ruoli, priorità, tempi, centri di costi, budget, etc etc…
    Ogni cosa ha il suo tempo ( e i suoi costi): un conto però è il tempo che deve fisiologicamente intercorrere tra una presa d’atto e le relative conseguenze, che è comunque un ‘tempo del fare’.
    Un conto invece è il tempo preso in attesa che una moda finisca, che a volte si traduce in ‘un esserci tanto per’.
    E l’esserci non significa solo pubblicare contenuti a raffica o rispondere in tempi brevissimi; significa ascoltare, essere interessati, a quello che succede agli altri e intorno a noi, anche per scopi commerciali, ma non solo.
    L’interesse, ora, non lo deve dimostrare solo il ‘consumatore’, ma lo deve dimostrare prima di tutto l’azienda.

  • “E l’esserci non significa solo pubblicare contenuti a raffica o rispondere in tempi brevissimi; significa ascoltare, essere interessati, a quello che succede agli altri e intorno a noi, anche per scopi commerciali, ma non solo.
    L’interesse, ora, non lo deve dimostrare solo il ‘consumatore’, ma lo deve dimostrare prima di tutto l’azienda.”

    Ecco, proprio così. Condivido in pieno.

    I 50 anni cui ho fatto nel mio precedente commento erano naturalmente una provocazione. Ma sentir parlare di ROI su attività di PR significa davvero essere un po’ lontani dalla consapevolezza delle dinamiche della comunicazione moderna.

    Notte

    Monica

  • Sará, ma temo sempre i proclama, anche quelli giusti. Capisco quello che dite, credo di aver, nel mio piccolo, dimostrato di credere nella conversazione, più che nella comunicazione, online. Ma io stavo solo dicendo che mentre le aziende devono sicuramente imparare a parlare con le persone (vendere è una scelta semplice come comprare e accade quando tu hai quello che io cerco e mi chiedi quello che reputo sia giusto darti o meno, fatti salvi i casi di necessità), ma i consulenti devono fare altrettanto verso le aziende se vogliono far capire. Non si può sempre partire dal proprio punto di vista, bisogna vedere le cosa anche dal punto di vista dell’altro. Il mio era un semplice esempio, la mia vita lavorativa mi da la possibilità di confrontarmi sia con la realta delle aziende molto strutturate a quelle artigianali, ho imparato che entrambe sono fatte di persone che a loro volta hanno pregi e difetti e che non necessariamente aspettano qualcuno che gli speiga come andare dove e perchè. E anche il loro modo di vedere le cose spesso non è sbagliato tout court, perchè nel loro piccolo hanno necessità, bisogni e peculiarità che funzionano e li fanno sopravvivere. Dobbiamo ammettere che essere qui a parlare è una bella cosa ma non è un azione che ci da da vivere nell’immediato, ci fa seminare per il futuro, non tutti vogliono o possono permetterselo, è a mio avviso cura dei consulenti saper scegliere chi può, trovare il modo di farglielo capire e provarci. Altrimenti si torna nel facile equivoco per cui il consulente (mestiere che ho fatto in passato) risponde a una domanda che non gli hai fatto, trova una soluzione ad un problema che non sapevi di avere e ti presenta una fattura che ti fa domandare perchè (tu imprenditore che devi pagare) stai a fare quel lavoro.
    ottimo l’approccio di Filippo, che in fin dei conti però consulente non è….

  • Barbara Pastorino

    Ciao Pamela,
    come promesso eccomi qui a commentare il tuo articolo. Condivido in pieno l’importanza per le aziende di essere presenti sui social media comunicando con i loro potenziali clienti in modo interattivo e mostrando il loro lato umano. Non per niente noi abbiamo intrapreso questa strada. Ci tengo però a spiegare la realtà delle cantine sociali, di cui io faccio parte, qui nel Monferrato, per riuscire a comprendere quanto sia difficile a volte apportare dei cambiamenti. Da sempre il fatturato principale delle cooperative deriva dalla vendita di vino sfuso e mosto ai grandi industriali, con i quali si stipulano dei contratti annuali o pluriennali che li impegnano a ritirare nell’arco dell’annata la quantità di vino pattuita. In passato, quando il prezzo al litro del vino sfuso, così come quello delle uve, era ancora ad un buon livello, i soci conferitori e la cantina erano entrambi soddisfatti del buon andamento. Si pensava poco o niente ad incentivare la vendita del vino in bottiglia, a far conoscere il proprio marchio, ad acquisire nuovi clienti e a curare i rapporti con quelli esistenti. La pubblicità era limitata ad una zona ristretta o al massimo alla propria regione o, esagerando, a quella limitrofa. La gestione e l’amministrazione delle cooperative erano affidate sostanzialmente a due persone (in molte cantine è tuttora così): il ragioniere e l’enologo. Il consiglio di amministrazione con il proprio presidente, sebbene esistenti, avevano, per così dire, una carica pro-forma. Da qualche anno a questa parte le cose sono però peggiorate. I prezzi del vino sfuso e delle uve hanno raggiunto dei livelli talmente bassi da mettere a repentaglio la sopravvivenza sia delle aziende conferitrici di materia prima (uva) sia delle stesse cooperative. Allora ci si è improvvisamente resi conto di non poter più fare affidamento soltanto sui grandi industriali ma di dover puntare anche sui privati e sulla vendita al dettaglio, dalla quale si traggono i maggiori margini di guadagno. Questo però è un cammino ripido e faticoso. È un impegno costante, i cui risultati non sono immediati ma a lungo termine. Proprio questo provoca delle divergenze all’interno delle stesse cooperative. Da una parte ci sono le persone con idee innovative (purtroppo non sono sempre i giovani come si potrebbe credere), con la voglia di intraprendere strade nuove al passo con i tempi, consce di quanto sia importante la divulgazione del proprio marchio e del territorio per avere un riscontro positivo in termini di vendite nel futuro; dall’altro ci sono persone “obsolete”, le quali non vedono al di là del proprio naso. Preferiscono rimanere immobili per evitare ulteriore “spreco” di denaro sperando cada la manna, o meglio i clienti, dal cielo. In più si aggiunge la mentalità fossilizzata di alcuni dipendenti, abituati al loro tran-tran. A volte si ha quindi la sensazione di combattere contro i mulini a vento però l’entusiasmo e la voglia di fare emergere la propria cantina hanno il soppravvento. Allora si prosegue imperterriti il cammino in questo meraviglioso “diabolico” web affiancando anche altre strategie commerciali, sicuri di essere sulla strada giusta e sperando lo capiscano, prima o poi, anche gli altri.
    Ciao
    Barbara

  • Grazie Barbara per il tuo intervento.
    Grazie anche dello spaccato che ci hai datto sulle cantine sociali, e sul come (almeno la vostra) si stia riorganizzando ed ‘evolvendo’, se posso usare questo termine. Un esempio di come, preso atto di cambi di necessità, un’azienda si debba rivedere e riconstestualizzare.
    Sto seguendo con interesse quello che come Cantina fate sul web; ho partecipato con piacere al vostro tasting panel e soprattutto vi seguo con piacere perchè voi (tu) ci siete davvero, partecipate, coinvolgete e vi fate coinvolgere.
    Cosa che è ben difficile quantificare in €, lo sappiamo! Vi prendiamo come case history, sappilo!

    Tom, io credo che stiamo dicendo più o meno le stesse cose anche da punti diversi. Un consulente che non sappia cogliere le reali difficoltà e le reali necessità di chi gli sta di fronte, non è proprio così bravo. Un consulente non dovrebbe convincere ma far comprendere; e dovrebbe trovare la quadra tra quello che sarebbe ottimale e quello che invece è fattibile (anche in termini economici) per un’azienda.
    Ognuno di noi esprime la sua opinione, per confrontarsi, e sostiene quello che è il suo ruolo; mettersi nella posizione dell’altro è importante anche per vedere come cambiano le scale di priorità.
    Noi siamo qui a confrontarci spendendo il nostro tempo; non sarà redditizio in termini economici, ma ci arricchisce in altri termini.
    Ma forse, che ne sappiamo, qualcuno passa di qua, lo incuriosiamo, lo interessiamo e scattano anche altre prospettive…
    Ma sarebbe un caso; fare web mktg non è andare a caso, è strategia, è ottimizzazione (non quella di un tot-tweet/h ); è una nuova costruenda disciplina.

    E poi, perché Fil non è un consulente? Lo è eccome solo che non emette fattura 🙂

    Notte…

  • Scusate, passo veloce, vedo che parlate di me e di consulenza, mi sono perso qualcosa ? Mi ragguagliate ?

    Ciao, Fil.

  • Buongiorno,
    Fil sei stato citato come ‘non consulente’ da Tom nel suo ultimo commento…. 🙂

  • Ah questo: “Altrimenti si torna nel facile equivoco per cui il consulente (mestiere che ho fatto in passato) risponde a una domanda che non gli hai fatto, trova una soluzione ad un problema che non sapevi di avere e ti presenta una fattura che ti fa domandare perchè (tu imprenditore che devi pagare) stai a fare quel lavoro. ottimo l’approccio di Filippo, che in fin dei conti però consulente non è….”

    Che però non ho capito a cosa si riferisca.
    Il consulente che ci dipingi Tom però è proprio terribile ! 🙂 Una sanguisuga praticamente ! Non so, io faccio tutti i giorni l’esatto contrario, è faticoso però aiuta a creare fiducia verso quello che fai.

    Fil.

  • Fil,
    se non ho capito male, è proprio perché tu fai l’esatto contrario del consulente-sanguisuga che Tom ti ha definito “non-consulente”…

  • Esatto Fil,
    ti ho chiamato in casua proprio perchè non ti faccio consulente!

    ciao
    tom

  • Eppure quello di fare dei mini-corsi di gruppo (a pagamento quelli si) mi piacerebbe. Devo solo trovare il tempo per buttare giù un programma ma cavoli, adesso proprio non ce l’ho. Vabbè, almeno c’è sempre qualcosa da fare “poi”. 🙂

    Fil.

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