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Essere o diventare: questo è il problema

E’ sempre interessante ascoltare i giudizi di un vino espressi da persone con professionalità diverse: relatori pubblici, intermediari commerciali, enologi, addetti marketing, addetti alle vendite…

Ognuno da la sua visione, la sua interpretazione, usa un suo vocabolario, dando vita a discussioni tendenzialmente costruttive ma non sempre esaustive.

Analizzando pensieri ai poli opposti, tecnici e consumatori, appare difficile ‘trovare il compromesso’ tra le due visioni, per ovvi motivi, quasi mai in linea.

Fatto salvo il giudizio di bontà, nel senso di assenza (totale o quasi) di difetti, che diventa un punto di partenza, le strade si dividono.

Per alcuni ‘quel vino’ diventa il vino del cuore, per altri uno scempio enologico, per altri insignificante, per altri ancora qualcosa di speciale.

Ma il vino, alla fine, è pur sempre un grande business, e l’obiettivo finale diventa vendere; al di là delle attività di comunicazione e promozione, diventa fondamentale capire quali caratteristiche debba avere un prodotto affinché abbia mercato. Che non significa snaturare, manipolare, stravolgere, ma solo valorizzare in modo che un prodotto diventi soddisfazione riconosciuta.

Il tecnico, l’enologo, è filo-purista: ogni prodotto ha delle caratteristiche, dettate dal terroir, che vanno conservate e valorizzate; il consumatore, ha, anche, i suoi gusti personali ma soprattutto non ha la capacità tecnica di cogliere alcune caratteristiche che invece hanno peso in valutazioni più approfondite.

Capita spesso di leggere schede tecniche o bugiardini che riportano informazioni incomprensibili o inutili, a seconda che siano scritte da un tecnico o da un ‘comunicatore’; viene a mancare l’univocità del messaggio trasmesso ( anche perché mancante di fondo) creando così confusione.

Senza un punto d’incontro tra le singole visioni e le singole esigenze, si rischia di creare spazi di confusione e di critica non costruttiva; credo che, elasticità di vedute e la disponibilità a qualche compromesso, siano presupposti fondamentali per avere un prodotto soddisfacente sia per chi lo fa che per chi lo beve…

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5 comments to Essere o diventare: questo è il problema

  • nel caso del vino si puo’ dire che spesso e’ il prodotto a cercarsi il suo mercato. Piu’ un prodotto ha personalita’ e piu’ il suo mercato di riferimento viene a definirsi in modo sempre piu’ chiaro, e ad escludere altri mercati. Il caso dei vini cosidetti “naturali” ci mostra chiaramente questo, con vini che sono esaltati e apprezzati da alcuni e rifiutati dal resto dei consumatori.
    E’ una cosa che vedo anche io con il mio tasting panel, certamente composto da persone con un interesse sul vino, ma di competenze e provenienze le piu’ disparate. Con i vini piu’ semplici e meno estremi si verifica un apprezzamento piu’ ampio, quando si arriva a vini piu’ caratterizzati il consenso si spacca.
    La sfida per chi fa vino e’ quella di cercare di rispecchiare il territorio e le proprie inclinazioni, cercando di comunicare con il suo mercato di riferimento, cosi’ da chiudere il cerchio. Perche’ una cosa importante e’ ricordarsi quello che hai detto, il vino si fa sempre per venderlo, anche i piu’ grandi ed esoterici dei produttori agiscono in questo senso, anche se a volte sembrano negarlo. Ma anche questo e’ marketing, in un certo senso 🙂

  • Concordo con quanto afferma Gianpaolo e mi permetto di evidenziare con ancora più forza che la ricerca del consenso di massa, tanto più e grande, tanto più è inversamente proporzionale alla ricchezza di carattere e della tipicità.

    Questo vale per il vino, ma anche per tutto ciò che in qualche modo ha a che fare con il gusto in quanto per definizione il gusto è una cosa soggettiva e più questo diventa definito, meno è comune a più soggetti.

    Quindi anche nella comunicazione di un prodotto che si rivolge al gusto delle persone è chiaro che se ne deve tenere conto modulando la complessità e/o la semplicità del contenuto in base al target.

    Ciao
    Paolo

  • Nulla di più vero di quanto scrive Paolo Carlo sul modulare complessità o semplicità del contenuto a seconda del target.
    Quando un produttore amico mi chiede se voglio assaggiare il suo vino che sa di “fulmine” oppure quello che sa di “vulcano” (capitato martedì scorso, presenti Giampiero ed Elisabetta) sa che sta parlando con una persona che prima di tutto conosce la sua pazzia di agricoltore estremo e che è aperta all’esperienza sensoriale di un vino diverso e a quella spirituale di interpretare il fulmine o il vulcano nel vino (con i fulminati ci si riesce…)
    Quello che voglio dire che saper comunicare comporta usare il linguaggio più consono con la propria personalità, col proprio prodotto e con chi si ha davanti (o si presuppone sia davanti a un bicchiere).
    A Gianpaolo, a Paolo Carlo, a Tomaso, all’amico Giorgio (il produttore di cui sopra)ed altri ancora riconosco la grande capacità di essere “interessanti”, sia di persona che col 2.0 (che per certi versi è la stessa cosa) il che comporta anche l’aumento di interesse nei loro prodotti, me li fa capire meglio, molto meglio che assaggiarli in batteria alla cieca(esperienza che i goditori dei vini fanno di rado).
    Ma ciò che maggiormente apprezzo è la capacità di essere “interessati”, di saper ascoltare, di mostrare attenzione anche agli altrui pensieri, di rispettare le modalità lavorative di altri produttori (magari di grandi dimensioni e quindi con altri target e altri linguaggi)pur sottolineandone le sostanziali differenze.
    La grandezza del 2.0 (di chi lo sa gestire bene, intendo) credo stia proprio in questo rapporto di rispetto reciproco, in questo essere contemporaneamente interessanti e interessati.
    IMHO
    alberto

  • @ Alberto,

    E’ un piacere leggere ciò che scrivi..

    Credo che tu abbia colto nel segno, il 2.0 non è per nulla differente dalla vita reale dove maggiori sono i propri interessi, maggiore è la possibilità di relazione, maggiori sono le opportunità di Business..

    Ciao
    Paolo

  • Interessàti, interessanti….Interèssati (x il consumatore)!

    Io proprio per colpa delle affermazioni fatte da Pam nel post, che poi rispondono alla realtà, e del fatto che sul mio territorio non ho ancora trovato nessuno cui ispirarmi ho deciso che la filosofia del nonno è ancora quella giusta. Quale? Se fai volumi non puoi permetterti di ignorare i trend e fare un’analisi di quello che il mercato vuole, ma quando ti puoi permettere il lusso di essere piccolo allora puoi dare il pieno sfogo al tuo modo di vedere le cose…puoi goderti l’essere te stesso al 100% anche nell’anima di quello che fai…
    Non che non si faccia fatica eh, ma tanto anche se facevi un prodotto standard dovevi faticà, quindi….
    Ad ogni modo io ho fatto questa scelta: se uno “del settore” non capisce o non gli piace amen, io da parte mia lavoro impstando i vini sulle mie specifiche (in purezza sia, in uvaggio, in taglio) seguendo i dettami qualitativi tecnici massimi e poi mi cerco lentamente e persone che apprezzino.

    (X Me) Molto meglio che fare l’opposto (vedo quello che piace e lo faccio).

    Mettiamola così: ho già scommesso, se fallisco ho torto.
    Ciao
    Tom