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Vinix unplugged, il giorno dopo..

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Eccomi di ritorno da un lunghissimo week end itinerante e ricco di input, tutti da metabolizzare, trascorso tra la Toscana, il Piemonte e Genova.

A Genova per la Vinix Unplugged Open Conference di domenica 14 giugno e il Terroir Vino di lunedì 15 giugno, eventi ideati e realizzati da Filippo Ronco.

Vinix Unplugged ( una sorta di miscellanea di mini-conferenze informale) è stata un’esperienza diversa, incredibile, ricca in termini professionali e personali; file rouge, ovviamente, il vino con tutti i suoi annessi e connessi: comunicazione, promozione, vendita, produzione, etc.

Tanti gli interventi e tutti, chi più chi meno, interessanti al punto da far nascere belle discussioni e confronti tra i presenti; forse un po’ costretta e ridotta l’interazione a causa del tempo tiranno, ma abbiamo potuto fare scorta di input che dovremo andare a rivedere e valutare.

L’intervento di Cinzia Canzian , a mio avviso, è stato forse il più ‘critico’, quello che più mi ha toccata nel vivo, perché con “Saper fare, far sapere o sapere far sapere? Riflessioni su chi mi ascolta.”, ha mosso una grossa critica e lanciato un grande spunto di riflessione, a chi, come me, come i produttori, come altri professionisti del settore, abbiano a che fare con il consumatore finale, ovvero col destinatario del nostro messaggio.

Utilizziamo davvero un linguaggio comprensibile ai più o ci arrocchiamo dietro a paroloni e concetti troppo difficili che non aiutano e confondono? Siamo in grado di informare, di colmare le distanze tra chi il vino lo vive nel quotidiano e chi il vino lo beve? Insomma, riusciamo ad essere efficaci? Sibillina la domanda che Fil ha posto a tutti noi: “ma siamo proprio convinti che il consumatore abbia davvero così tanta voglia di apprendere, di approfondire?”

Compito a casa, quindi, provare a rispondere a tutte queste ( e a tante altre domande)

E il 2.0, in questo, che ruolo ha?

Il 2.0 non risolve ma aiuta, come si diceva in un vecchio spot pubblicitario, anche se la spaccatura tra chi ha aggiunto la nuova dimensione del 2.0 al proprio quotidiano e chi ancora no, è ancora davvero tanto profonda. Così funziona: ‘ o tutto o niente’.

[lo scatto è di Sandra UTDZ]

11 comments to Vinix unplugged, il giorno dopo..

  • Ciao Pamela,
    la questione relativa a quanto sia interessato al vino il consumatore è di per sè mal posta, nel senso che nella figura del “consumatore” comprendiamo milioni di persone, la maggior parte delle quali indifferente al vino (come lo potrei essere io per le auto d’epoca o per le scarpe artigianali)ma con un’altra porzione potenzialmente interessata.
    La sfida del futuro, per come la vedo io anche nell’impostazione di comunicazione aziendale, è di andarsi a cercare questi “appassionati in progress”, utilizzando diversi linguaggi, dal contatto face to face al web (senza, comunque, dimenticare di coinvolgere gli indifferenti, se la moda del vino dovesse interessarli)
    Che il linguaggio tecnico allontani i consumatori diventa perciò vero nel momento in cui mi sto rivolgendo a migliaia di persone indistinte(vedi trasmissioni tv o articoli su riviste di larga diffusione), non è per nulla vero quando mi rivolgo a curiosi che frequentano un corso o vengono a una serata di presentazione prodotti o leggono un blog specializzato.
    Con gli stessi nostri agenti, devo utilizzare un linguaggio diverso a seconda delle loro personali propensioni (se amano il vino perchè lo vendono o se lo vendono perchè lo amano) e anche a seconda del portfolio-aziende di cui sono mandatari (come modalità di distinzione rispetto agli altri) o ancora a seconda dell’area in cui operano (provincia e città, nord e sud) o del momento del giorno o dell’umore…
    L’arte di comunicare non sta (solo) nella propria capacità affabulatoria ma nell’adattare il proprio linguaggio a chi si ha (o si pensa di avere) in quel momento di fronte, e non sempre abbiamo di fronte esperti e non sempre abbiamo davanti a noi sprovveduti.
    Scusa per la lunghezza (forse non sono un grande comunicatore…)
    Alberto

  • Ciao Pamela,

    Sono sempre dell’idea che non esista un consumatore tipo nel mondo del vino così come il vino non è un solo tipo.

    Credo che il Marketing della comunicazione del vino sia quanto di più difficile possa esistere.

    Affermo questo dalla semplice osservazione dei comportamenti dei consumatori, da consumatore anzichè produttore, al fianco ed al confronto con altri consumatori.

    Per alcuni il vino è una bevanda per il pasto, rosso o bianco che sia basta che non manchi.

    Per altri il vino è uno status simbol, manco vogliono sapere come viene fatto e da dove viene, basta che sfoggiandolo si sentano sicuri di fare bella figura.
    Già qui ci sono due sottocategorie, quello che compra il nome e quello che compra il prezzo. Il primo appaga il suo narcisismo di finto intenditore, il secondo il suo narcisismo di potente e danaroso.

    Per altri ancora il vino è una zona di produzione, oppure è un vitigno oppure è quella cantina perchè da generazioni in casa si beve quello.

    Per altri il vino è passione, è cultura, è tradizione, è l’espressione di un artigianato che incentra i suoi sforzi e le sue competenze sulla ricerca dell’emozione nel bicchiere, con forte individualismo e grande tipicità.

    Pur esistendo altre mille categorie io mi fermerei qui, su quest’ultima che è quella che maggiormente ricerca informazioni sul vino e sui produttori ed è anche la categoria alla quale la mia comunicazione si rivolge sia online che offline.

    Ed è a questa categoria che il mondo del 2.0 dovrebbe andare incontro con tutti i suoi sforzi comunicativi.

    (IMHO)
    Ciao
    Paolo

  • Mi viene in mente un motivetto che dice “ci vuole calma e sangue freddo”…Il web all’inizio è stato definito da Microsoft una robetta da poco, poi eccoci qui a declinare il 2.0.
    Direi che l’interazione online aiuterà il processo di scambio tra tutti gli attori coinvolti e necessariamente porterà allo sviluppo di una maggiore conoscenza. Non credo sia giusto parlare di “come dirlo”, credo la sincerità sia l’unico requisito, non ho visto nessuno intavolare discussioni supertecniche o incomprensibili. In fin dei conti quando arriveranno (e sicuramente ci saranno) gli interessati le loro stesse domande (iterazione) risponderanno alla sete di sapere su “cosa” vogliono dire.
    Ovviamente FB è strapieno, ma quella è come una discoteca, mentre mi sa che dobbiamo aspettare che si formi un più ristretto gruppo di reali interessati…
    Buon affinamento,
    Tom

  • Ciao,
    Mi è stato insegnato che un grande comunicatore è colui che sa ascoltare.
    Perché solo ascoltando si riesce a trovare il modo più appropriato per far arrivare il giusto messaggio al pubblico designato, facendo sì che messaggio trasmesso e messaggio percepito coincidano. Questa è la teoria.
    La pratica è riassunta dai vostri commenti: grande conoscenza e tanta passione, sono le basi dalle quali partire, per poi adattarsi e adattare parole, strumenti, mezzi, alla situazione, senza mai perdere l’attenzione nei confronti di chi ci sta di fronte, singolo o folla che sia. Comunicazione è anche capacità di gestire situazioni, squadre, compiti, obiettivi.
    Parlando poi di mktg e comunicazione, individuare target e pubblici diventa fondamentale per poter ottimizzare risorse, tempo e denaro; il 2.0, per esempio, viene incontro alle esigenze soprattutto dei piccoli produttori che possono, con un investimento maggiore in termini di tempo ma minore in termini economici, arrivare là dove non riuscirebbero ad arrivare con i tradizionali mezzi di comunicazione.

    @Alberto…non ti sei dilungato troppo: leggevo interessata!!

  • Interessante discussione. Parte però secondo me da un presupposto che non è completamente corretto. La comunicazione, così come viene spiegata nella teoria, prevede due soggetti con due ruoli distinti: uno che emette un messaggio e uno che lo riceve. E questo era il web 1.0. Nel web 2.0 le regole sono diverse. Tutti possono emettere messaggi e tutti possono ascoltare (se vogliono). Quindi non c’è un interlocutore unico a cui rivolgersi utilizzando il linguaggio più appropriato. E in questa “confusione” di ruoli c’è solo un modo per comunicare efficacemente: emettere messaggi, parlare, dire la propria opinione, insomma, essere presenti, partecipare. Per sua natura il web 2.0 è in grado si selezionare i contenuti migliori, dando credito agli utenti più interessanti e facendo estinguere quelli meno interessanti.
    Nel web 2.0 gli utenti ascoltano (e a volte parlano di) solo di quello che gli interessa. Sta a noi immergerci nella mischia e cominciare ad emettere messaggi interessanti per il target che vogliamo raggiungere.
    E’ vero che il web 2.0 è utile per il piccolo produttore per avere visibilità. Ma se il piccolo produttore è presente con contenuti insignificanti e non contribuisce alla discussione …

    Ciao
    Manuel

  • Quoto in pieno ciò che ha affermato Manuel e aggiungo che nel web 2.0 non è tanto il produttore a dialogare quanto la persona, con tutti i suoi interessi a 360° compreso quello di essere un produttore.

    Ciao
    Paolo

  • Belin!

    Per chi non capisce: parola che aiuta a riassumere la mia approvazione verso Manuel e Paolo Carlo. Anche questa è comunicazione, ma se parlo con Filippo mi capisce, se parlo con voi (probabilmente) no.

    Questo è un piccolo esempio dei come le parole per dirlo possano cambiare un messaggio. Non è banale, se parlo con un genovese capisce molto di più di quanto non abbia detto con molte più parole per iscritto.

  • Manuel, ho tralasciato di evidenziare il concetto di ‘interessante’, dandolo per scontato.
    Esempio di cattiva comunicazione!! Mea culpa…
    Suscitare l’interesse di chi mi sta di fronte è ovviamente obiettivo principale: esserci tanto per esserci, dire tanto per dire, non portano molto lontano, concordo con te.
    Il 2.0 permette di ‘sparare nel mucchio’ (consenti il termine), e forse a molti questo sembra sufficiente; prender la mira e centrare l’obiettivo è cosa ben diversa.

    Parlando di linguaggi, come dice Tom, bisogna utilizzare i più opportuni e quelli di più facile comprensione; ovvero, bisogna tarare il tiro.
    Comunicatori si nasce, ma grandi comunicatori si diventa, con l’ascolto, l’esperienza e la preparazione.
    Chi è ‘padrone dell’argomento’, è capace di spiegarlo e suscitare interesse, sia al bambino di 5 anni che al tecnico.

  • Hai detto poco, Pam: padrone dell’argomento!

    Vuol dire molto, per esempio nel mio (altro) lavoro è la differenza tra buttare via i soldi e sviluppare opportunità interessanti.

    Padrone del vino che fai per molti vuol dire semplicemente padrone dell’azienda che lo produce, per me e (penso) per Paolo per esempio mi sembra più un concetto simile a padrone delle scelte che ho fatto per arrivare a quel vino. Un mondo!

  • Seguendo i vostri consigli ho ascoltato, meglio letto, tutti i contributi e devo dire che tanto è stato sviscerato, frutto sicuramente dell’esperienza sul campo. Ecco, credo che il web 2.0, con i suoi moltepolici strumenti, sia prima di tutto un fertile terreno di crescita comunicativa, fermo restando che non tutti sono portati a farlo. Se un pioniere come Gianpaolo Paglia diceva un paio di anni fa che sul web “basta raccontarsi”, oggi bisogna raccontarsi sì, ma con modalità sempre nuove, creative, anche se ritengo che il confronto, e quindi la partecipazione diretta ai dibattiti, sia il modo migliore per crearsi una “web reputazione”… 😉
    Per quanto riguarda il raporto con il consumatore ovviamente il discorso si complica, perchè in ragione del fatto che gli strumenti comunicativi sono molteplici, e spesso mirati, è successo, e questo Cinzia l’ha fatto notare bene, che i clienti finali si collocano in una gamma culturale molto ampia, e quindi credo che noi produttori ci dovremo sempre di più sforzare a riuscire a trasmettere lo stesso messaggio con modalità drasticamente diverse tra loro (a meno che, a prescindere, non siamo noi a scegliere un solo tipo di cliente…) e quindi, ribadisco, il web 2.0 è davvero un’ottima palestra…
    A presto

    Mirco

  • Interessanti i vostri commenti, tenuto conto poi che arrivano da persone che gravitano nel mondo del vino con ruoli diversi.
    Credo che appropriato sia quindi definire il 2.0 come un ponte, una scala mobile (sempre scala, ma più veloce…); da dove parte l’abbiamo capito.
    Dove deve arrivare? Secondo me alla cantina, al produttore o a colui che ne fa le veci, per continuare e consolidare quella relazione umana, diretta, quella degli ‘occhi negli occhi e vino nel bicchiere’, senza la quale tutto si riduce a bei contenuti e basta.

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