|
|

In Italia ci sono 521 denominazioni: 330 Doc, 73 Docg e 118 Igt, rappresentano il 70% della produzione nazionale.
Il primato va al Piemonte che ha 58 denominazioni, segue la Toscana con 56 e il Veneto con 50.
124.970 le aziende che producono vini Doc e Docg su 3.209 km quadrati di vigneti.
Cinquant’anni fa il Dpr n.930 (del 12 luglio 1963) segnò una svolta per la viticoltura italiana: la nascita delle denominazioni di origine dei vini. Un decreto emanato per tutelare i consumatori, andando a definire le caratteristiche e le modalità di produzione dei più importanti vini italiani. Il Decreto (divenuto legge 164/1992) ha titolo “Norme per la tutela delle denominazioni di origine dei mosti e dei vini” e sancisce che i vini prodotti nella propria zona tipica di origine con le uve caratteristiche di quella zona possono essere contrassegnati con le sigle DOC e DOCG, e tutto il resto.
Una vera e propria rivoluzione enologica.
La prima Doc nel 1966 fu la vernaccia di San Gimignano, tra quelle più recenti c’ é la Doc Sicilia che e’ anche la più grande almeno per il numero di ettari (40.000). In termini di volumi è sempre il prosecco con 200 milioni di bottiglie che capeggia il panorama delle Doc. la Doc più piccola è il Loazzolo, un moscato vendemmia tardiva che viene prodotto in piccola quantità nella Langa astigiana. Nel 2011 la produzione ha raggiunto appena le 3.000 bottiglie.
La denominazione può essere considerata come una garanzia di qualità e trasparenza verso il consumatore, in primis.
Uno strumento di marketing, comunicazione e commercializzazione per il produttore, in secundis.
Rappresentano un territorio nel suo complesso, lo valorizzano e mostrano al mercato la tipicità e peculiarità del prodotto stesso che non possono riscontrarsi in altri vini. Un metodo per valorizzare, tutelare dalle contraffazioni e per non disperdere un patrimonio culturale nazionale di inestimabile valore.
Il sistema delle denominazioni potrebbe essere un’arma vincente nei mercati del presente e del futuro.
Forse, però, son troppe le denominazioni e la quantità (con tutte le differenze che si porta dietro) rischia di creare confusioni e disperdere le energie.
A volte ci sono molti vini di diverso tipo sotto un unico nome, a volte vini praticamente uguali fanno riferimento a DOC differenti che si sovrappongono sullo stesso territorio. Un esempio qualunque esistono ben 11 DOC di Dolcetto .
Che sia il caso di dare una sfoltita?!

Chi lo conosce sa quanto Filippo Ronco sia un idealista, un sognatore, un appassionato, una persona leale e diretta, ma anche un precursore.
Filippo ha fondato nel 2000 di TigullioVino.it (la rivista on.line dedicata alla comunicazione e alla cultura del vino), ha dato vita a Vinix, il primo social network italiano dedicato al wine&food, ha creato “Terroir Vino“, l’incontro tra vino, persone e web, e la Vinix Unplugged Unconference, la non conferenza sui temi del vino, del cibo e dell’interazione online.
Vinix Grassroots Market è l’ultima creatura, o meglio, l’ultimo sogno (in ordine cronologico) realizzato da Fil.
Vinix Grassroots Market (abbreviato per comodità in VGM), è market dal basso basato su gruppi di acquisto geolocalizzati in tutta Italia con possibilita’ di lanciare cordate sulle aziende selezionate in anni di assaggi per Terroir Vino da parte dei collaboratori più stretti e fidati e dei recensori più in gamba del network.
VGM è quindi una sorta di grande Gruppo di Acquisto dedicato al vino; su VGM non ci sono intermediari, e, sia che tu sia un professionista, sia che tu sia un privato, sia che siate un gruppo di amici, più compri e meno spendi.
Le regole sono uguali per tutti e trasparenti e il rapporto di acquisto è diretto tra chi produce e chi compra.
Vinix, infatti, non vende il vino, ma sono gli stessi produttori che si occupano di gestire tutte le fasi di back office: caricare i vini disponibili, aggiornarne le quantità, fare le spedizioni ed emettere le fatture.
Su VGM si ha una scontistica basata sulla quantità: più si compra e più il prezzo si abbassa.
Ovviamente su VGM si può comprare da soli, come in tutti gli altri e-commerce, oppure in cordata, creando dei veri e propri gruppi d’acquisto. Le cordate, ben descritte dalle faq del sito, consentono “a più persone di effettuare un acquisto congiunto unendo le forze di tanti piccoli singoli per arrivare ad acquistare quantitativi più grandi ed ottenere così sconti sempre più importanti”. E questo acquisto di gruppo è anche divertente
Come dice Filippo il VGM è un vero social commerce all’interno di un social network verticale dove il vino e i relativi produttori sono stati selezionati sul lavori di anni di assaggi per Terroir Vino da parte dei collaboratori più stretti e fidati e dei recensori più in gamba del network.
Volendo si potrebbero fare molte riflessioni, prima fra tutte su quali cambiamenti stiano interessando il mondo del vino.
L’intermediazione tra consumatore e produttore sta ricoprendo sempre più un ruolo marginale, per lo meno per quei prodotti meno legati all’economia dei numeri. Vendo e compro direttamente, riducendo la filiera e, forse, guadagnando/risparmiando qualcosina, in termini economici; guadagnando moltissimo in termini di relazioni. Si potrebbe riflettere anche sul ruolo dell’intermediazione (e dell’intermediario) che assume un profilo diverso, meno commerciale ma più promozionale-divulgativo-informativo-formativo.
Un’altra riflessione che deriva da ciò è che, a tutti gli effetti, anche il modo di comunicare il vino è profondamente cambiato e si basa sempre di più sullo scambio di informazioni, di sapere, di esperienze.
Nelle FAQ di VGM potete trovare molti dettagli in più sul funzionamento del market.
Intanto potete vedere questo breve video di presentazione.
Buon divertimento e buoni acquisti
Vinix Grassroots Market from Ops! Studio on Vimeo.

Credo che un po’ tutti ci stiamo domandando, più o meno seriamente, quale sarà il futuro del mondo del vino.
Forse ce lo domandiamo solo noi, che questo mondo lo viviamo quotidianamente. Forse non se lo domanda chi, di fronte agli scaffali del super, di fronte ad una tanto vasta scelta, oggi acquista questo, domani l’altro.
Ma di questo argomento si continua a parlare, dentro e fuori la Rete, e, secondo me, senza riuscire a tirar fuori vere idee.
A memoria, l’ultimo incontro sul tema, il futuro della qualità del vino, si è tenuto ad Ottobre in Cà del Bosco: un convegno che Maurizio Zanella ha definito il “numero zero” di un dibattito sull’evoluzione della qualità del vino in Italia.
Sono molti gli articoli sull’argomento che mi capita di leggere; molte le opinioni che ascolto e che, tutte sommate, non mi creano confusione ma insicurezza.
Ultime riflessioni, in ordine cronologico, che mi è capitato di leggere sono quelle di Raffaella Guidi Federzoni (export manager della famosa e storica casa vinicola Fattoria dei Barbi ) e di Lorenzo Biscontin (ex direttore Mktg del Gruppo Santa Margherita e attuale Direttore generale della Cantina Viticoltori Bosco srl).
Leggere i post, uno dopo l’altro, ha reso ancor più nitida la mia fotografia di questo mondo enologico.
Raffaella Guidi Federzoni “mette in dubbio le vanitose certezze del Vecchio Mondo del vino, l’Europa. Un continente tutto preso a rimirarsi l’ombelico e a gloriarsi dei suoi svariati secoli di tradizione enoica, mentre il resto del pianeta avanza con determinazione, senza complessi di inferiorità. E con ogni evidenza non soltanto nel settore vitivinicolo.”
Secondo la Guidi Federzoni il resto del mondo va avanti, sia sul fronte produttivo che sul fronte conoscenza, noi rimaniamo fermi a goderci i meriti di un passato senza crearci un futuro.
Testimonianza di questo mondo del vino che cambia, il bel post di Marilena Barbera dedicato a Mosca, città che solo 5 anni fa le appariva indietro e che oggi è città vivace, recettiva, curiosa e pronta a scoprire.
Qualche mese fa ho partecipato al “Vino, futuri possibili | #vinofuturipossibili” organizzato da Il sole 24 ore, dal quale, sinceramente, mi aspettavo qualche risposta in più che però non è arrivata.
Tra i relatori, anche Elena Amadini (brand manager di Vinitaly fino ai primi di Ottobre) che, in quell’occasione, aveva affermato che negli ultimi 10 anni poco o niente era stato fatto per cambiare lo stato del mondo del vino. Anche qui, conferma della staticità di questo mondo e di questo sistema.
Una rispostina era arrivata (lì, come in altre occasioni) nelle parole di altri relatori i quali affermavano la necessità che in Italia si facesse sistema.
Perché si faccia sistema, ci sono almeno due condizioni sine qua non da rispettare: la capacità di condurre un’attivita’ collettiva in modo organizzato e una cabina di regia, super partes, in grado organizzare le risorse.
La prima condizione, diciamocelo chiaramente, in Italia è quasi utopia: l’attività collettiva non l’abbiamo proprio nelle nostre corde. Noi pensiamo(e agiamo) sempre al singolare.
Sul come soddisfare la seconda condizione, Biscontin, in questo suo ultimo post, delinea quali caratteristiche dovrebbe avere questa famosa cabina di regia che “non potrà essere (l’ennesimo) organismo calato dall’alto, che opera in una logica dirigistica lontana dalle aziende”.
La “cabina di regia” deve creare valore aggiunto per il settore, aumentandone l’efficienza; l’esistenza di una “cabina di regia” implica e richiede una certa misura di centralizzazione delle decisioni e delle risorse.
E quali compiti dovrebbe avere: creazione di un’identità di marca del vino italiano, raccolta informazioni e coordinamento e definizione delle priorità.
A chi potrebbe essere affidato questo ruolo di regista io proprio non lo so, però so con certezza che se non iniziamo a muoverci, anche nel mondo del vino, continueremo a farci bagnare il naso da chi è arrivato dopo.
Io so solo che per questa inerzia e per l’incapacità qb di guardare aldilà del nostro orto, molto probabilmente le mie bollette a fine mese non le pagherò con ricavi vinosi.

Lavorare nei/sui social media non è un mestiere per tutti: anche se in Italia sembra ancora una professione da “giocolieri“, in realtà si tratta di applicare strategie, studi e teorie di marketing e comunicazione su un vastissimo panorama fatto di persone e piattaforme.
Parole che condivido totalmente.
Inizia così l’articolo di Matteo Bianconi dedicato al caso “#poernano“, ovvero l’imbarazzante vicenda che ha visto coinvolto Il sole 24 su Twitter.
In breve, l’account @24job, curato da una giornalista del Sole, twitta un messaggio infelice che da il via ad una serie di botta e risposta (alcune alcune ancor più infelici del primo) con diversi followers; in uno dei tweet la giornalista inserisce l’#poernano (termine che, in milanese, significa povero piccolo) che entra, in breve tempo, nei trend-topic.
Alle fine della giornata il Sole (dal suo account principale, @sole24ore) si scusa twittando: “#poernano Siamo dispiaciuti di un episodio irrispettoso, la nostra storia dimostra il contrario. Trarremo insegnamenti utili”.
I dettagli dell’accaduto li potete leggere negli articoli di Matteo Bianconi, di Alessandra Guigoni, Caterina Di Iorgi, Roberto Venturini.
Lungi da me criticare la giornalista o altri intervenuti alla discussione, o dare lezioni (ho poco più di 2000 followers), ma la faccenda (oggettivamente) molto insegna e val la pena di spendere qualche parola.
Per poter utilizzare qualunque strumento è necessario conoscere bene le istruzioni, altrimenti si rischia di fare pasticci o non sfruttare a pieno il mezzo.
Bisogna conoscere l’abc (in questo caso, cos’è una mention, un RT, un #), bisogna conoscere le dinamiche che si instaurano tra le persone, bisogna conoscere i toni e le sfumature.
Emerge una evidente poca dimestichezza con le dinamiche del Social Network (il non sapere che una mention non rende automaticamente visibile un contenuto ai followers dell’account menzionato), che ha dato il via ad una serie di fraintendimenti grossolani.
Oltre a ciò l’aggravante del non conoscere a pieno la politica della privacy e il conseguente trincerarsi dietro lo spauracchio della ‘diffamazione’.
E’ cosa nota, poi, che nei Social Network, si fa rete, rete vera: se un utente viene tirato in ballo in una polemica o in un battibecco, è molto probabile che le persone che lo seguono (e quindi condividono anche pensieri, interessi, etc) intervengano. Qualche nozione di sociologia spiccia dei SN è necessaria.
Credo che sia doveroso sottolineare che, in genere, un qualunque professionista ha alle spalle giorni e giorni di formazione sulla materia che gli compete.
Un’aggravante al modus operandi della responsabile dell’account, è che, in più di un frangente la giornalista ha risposto con molta arroganza ai tweets di replica; e Twitter, molto più di altri SN, non tollera comportamenti simili. Basta pochissimo per accendere la miccia, e la maleducazione, l’arroganza, il pressapochismo e la superficialità, sono fiammiferi.
Gli account di Twitter sono gestiti da persone e non da macchine; ma per far si che gli ‘umori’ di chi gestisce non interferiscano è necessario che quella persona segua le policy che devono essere definite prima di mettere piede su un qualunque social network. Ci vuole quindi una buona dose di formazione per poter gestire situazioni critiche: non ti puoi permettere di usare un megafono per dire la tua, perché, in quel momento, stai parlando per conto di un altro, ed è una grande responsabilità.
In sintesi: scrivo bene, uso Twitter, conosco bene un argomento, sono requisiti necessari ma non sufficienti per poter gestire ‘professionalmente’ la presenza in Rete di un’azienda o di un prodotto.

Dall’inizio di Settembre, mi occupo di una Rubrica su TigullioVino.it, testata on-line, che non ha bisogno di presentazioni, dedicata a ‘cultura del vino e comunicazione’.
Mi occupo da diversi anni di comunicazione dedicata alle aziende del settore viti-vinicolo; mio compito, in qualità di consulente, è capire come e attraverso quali strumenti sia meglio comunicare un prodotto, un’azienda, un evento o un territorio.
Accompagno le aziende lungo il processo di comunicazione, occupandomi anche direttamente della gestione di alcuni strumenti (presenza sui Social Network, creazione di contenuti per blog/siti, etc) e facendo loro coatching.
La formazione e l’aggiornamento delle risorse umane sono elementi fondamentali per la competitività delle imprese e l’utilizzo dei Social Media ne è una dimostrazione. Sono molti i casi di insuccesso e di insoddisfazione causati da un approccio sbagliato o da una mancanza di ‘basi’.
L’esperienza Vinix Lab Academy ha permesso, a me, Davide e Filippo, di prendere meglio le misure con le difficoltà che le persone possono riscontrare approcciandosi ai nuovi media.
Così, siamo giunti all’idea di aprire questa rubrica con lo scopo di fornire qualche informazione aggiuntiva sull’utilizzo di alcuni strumenti (da qui il nome, La cassetta degli attrezzi) che abbiamo oggi a disposizione per ‘comunicare’ il vino.
Nei vari articoli proverò a spiegare, sia in linea teorica che pratica, come e perché scegliere uno strumento, cercando di calarlo nel mondo vino; questo per fornire un sostegno sia nel caso di una ‘comunicazione fai da te’ sia nel caso di collaborazione con un’agenzia specializzata, così da capire meglio cosa viene proposto, perché, a quale costo.
Potete leggere gli articoli de “La cassetta degli attrezzi” direttamente a questo link http://www.tigulliovino.it/rubrica.php?ID=43

Qualcuno disse, tempo fa, che il comunicato stampa era morto.
Se lo fosse, ogni giorno avremmo a che fare con centinaia di fantasmi che si aggirano nelle caselle mail di chiunque. Ma i fantasmi, si sa, abitano altri luoghi.
Mi pare evidente che tanto morto non sia: vivo, vegeto e totalmente snaturato.
Bistrattato al punto di essere diventato una manciata di parole, prive di significato, e buttate al vento.
L’ho già detto altrove ma ci tengo a ripetermi: il comunicato stampa è una nota scritta ufficiale dell’azienda o dell’ente destinata ai media, per rendere pubbliche le sue iniziative.
Per essere tale, il comunicato stampa deve contenere una notizia: un nuovo prodotto, una partnership, l’insediamento di un nuovo consiglio direttivo, il lancio di un progetto, il passaggio da agricoltura convenzionale a biodinamica, et similia.
È uno strumento importante, da utilizzare con cura e parsimonia. Non va confuso con una semplice informazione da agenda, con un invito a un evento o con un articolo redazionale. Oggi, dentro e fuori la Rete, sotto “Comunicato stampa” si trova di tutto.
Mal tollero comunicazioni inerenti l’inizio della vendemmia, l’apertura domenicale della tal azienda, la nuova confezione natalizia, etichetatte con “Comunicato stampa”.
Mal tollero quando nell’arco temporale di un mese, l’ufficio stampa dell’Az. Pinco, riesce a mandare dai 3 ai 4 comunicati: credo che nemmeno la FIAT (cit) riesca a produrre tante notizie in un lasso così breve di tempo.
Mal tollero quando lo stesso ufficio stampa, nell’arco di una giornata riesce a mandare dai 5 ai 7 comunicati; figuratevi poi quanto posso essere intollerante se ricevo anche la richiesta di immediata rettifica su comunicazione appena ricevuta: fare un secondo controllo prima di schiacciare su invio? Non usa più? Si perde troppo tempo nella catena produttiva?
In genere questo tipo di comunicazione mi arriva nella casella mail di questo blog, confuso (va a capire perché) per una Redazione o sulla mia casella di posta personale (mistero anche qui). Mal tollero, ma soprassiedo. Anche se, a volte, credo che certi uffici stampa scambino i blogger per feroci divoratori di carta straccia; e questo pensiero, in quanto blogger, mi infastidisce non poco, quasi al limite dell’offesa; e questo pensiero, in quanto professionista della comunicazione (quale mi ritengo), mi infastidisce molto, perché deprivano di valore uno strumento e la categoria professionale.
Ma non posso tollerare che arrivino alle caselle mail dei miei siti istituzionali, quelli dove c’è scritto, bello in grande, “consulente comunicazione e RP” oppure “attività di ufficio stampa”.
Non è tollerabile che un ufficio stampa, confonda un sito di un altro ufficio stampa per una redazione, non solo inviando comunicazioni con preghiera di diffusione ma, oltretutto, facendo sollecito telefonico per la pubblicazione.
E’ assolutamente intollerabile che un’azienda paghi un (sedicente) professionista perché un comunicato stampa (vero o presunto) venga divulgato un tot al kg, a destra e a manca senza nozione di causa, senza verificare quale fine farà.
Prendetevi cura della vostra comunicazione, di voi stessi e dei vostri prodotti, verificando a chi vi state affidando.
Io mi guarderei bene dall’affidare la mia comunicazione a persone che confondono un blog con una Redazione, un ufficio stampa con un giornalista. Potrebbero inviare un comunicato dedicato alla nuova pasta multi-cereali ad una community di celiaci…

…si parlava del gergo del vino e della possibilità/necessità di svecchiarlo. Un buon vino rimane un buon vino anche quando non si riesce a dire perché è buono. Su questo non ci piove. Tuttavia le parole per provare a dirlo hanno la loro importanza.
Caduti da anni nel dimenticatoio termini soldat/veronelliani comunque evocativi quali abboccato, sulla vena, amabile, pastoso, sopravvivono impolverati e largamente ripensabili molti aggettivi. [...]
Le parole antiche per dirlo hanno la loro dignità e nessuno si sogna di buttarle a mare. Le parole vecchie per dirlo vanno (forse provvisoriamente) buttate a mare. Le parole nuove per dirlo vanno cercate e trovate.
[Le parole per dirlo (2) | Fabio Rizzari]
Mi occupo di comunicazione in questo settore da un po’ di tempo, quel tanto che basta per capire che in questo mondo tante cose sono profondamente cambiate e poche altre sono rimaste identiche: è cambiato il modo di produrre, è cambiato il modo di vendere; sono cambiati i modi e gli strumenti per comunicare; non sono cambiate però le emozioni che ritroviamo dentro un bicchiere.
Comunicare, etimologicamente, deriva dalla parola “latina communis” che significa mettere in comune (condividere). E’ l’atto attraverso il quale si porta qualcosa a conoscenza degli altri (comunicazione di idee, sensazioni, notizie, emozioni).
Le parole sono tra gli strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare e credo, come Rizzari, che sia quanto mai necessario trovare (nuove) parole per comunicare meglio il vino; neologismi o ripescaggi, poco importa: importante è che riescano a raccontare, nel miglior modo possibile, quello di cui stiamo parlando.
Una prima considerazione generale è che la lingua italiana è ogni giorno più povera; il nostro vocabolario quotidiano si sta riducendo all’uso di poche centinaia (decine forse) di vocaboli, nonostante la ricchezza di sinonimi e contrari; grammatica, sintassi, uso appropriato di un termine, consecutio temporum, sono diventati optional.
A questa aggiungo che, di molte cose, non abbiamo memoria, quindi non possiamo attingere alla nostra scatola dei ricordi olfattivi-gustativi-emozionali: il profumo della rosa canina, della pietra focaia o dell’acacia, non sono esattamente a portata di naso nel quotidiano e dubito fortemente che possano essere ripescati, un domani, da un bimbo di oggi.
Possedere e padroneggiare un lessico condiviso, però, è la premessa indispensabile per chiunque voglia confrontarsi con gli altri e comunicare in modo efficace le proprie valutazioni e le proprie esperienze, in qualunque ambito.
Fino a che i pubblici della comunicazione del vino sono rimasti nettamente separati (o addetti ai lavori o semplici consumatori) anche i linguaggi hanno potuto rimanere differenti; la distinzione tra comunicazione dedicata al consumatore e comunicazione dedicata all’operatore, era netta.
Ora non più.
La comunicazione ha subito una grandissima rivoluzione in questi ultimi anni grazie al continuo scambio di informazioni che la Rete permette e alle mutate esigenze che i vari pubblici/consumatori hanno: non esiste più la distinzione netta tra chi trasmette un messaggio e chi lo riceve, come non esiste più una divisione netta tra i pubblici: quel che scrivo/dico potrebbe essere letto/ascoltato da un addetto ai lavori come da un semplice appassionato.
Questo cambiamento è ancora più evidente in alcuni settori, come il mondo del vino.
La maggioranza dei consumatori oggi ha il bisogno di confrontarsi e raccogliere informazioni ad un livello di maggior semplicità.
Secondo alcune ricerche dedicate al vino in Rete, questo ruolo informativo/formativo, ad oggi, è ricoperto dagli utenti stessi mentre alle cantine e ai produttori è lasciato l’onore e l’onere di comunicare agli esperti del mercato.
Credo che tutti, soprattutto gli operatori presenti in Rete, siano essi produttori, grandi o piccoli, giornalisti, intermediari, dovrebbero avere un ruolo informativo/formativo utilizzando messaggi semplici (non semplicistici né banali) e chiari; sforzandosi di cercare insieme nuovi linguaggi per comunicare e, magari, un nuovo lessico condiviso.

Parto da un dato di fatto: la comunicazione nel mondo del vino, risulta ancora molto trascurata e sottovalutata, sia on che off-line.
Io credo che di ciò sia causa una mancanza di cultura generale relativamente al marketing e alla comunicazione; insomma, è impossibile non comunicare, diceva Paul Watzlawick, quindi tutti siamo in grado di farlo: il consulente, il responsabile RP, l’addetto stampa, il copy…figure sopravvalutate.
Conseguenza di ciò, uno dei grandi limiti del mondo vitivinicolo italiano, ovvero quello di non riuscire a far conoscere la ricchezza della propria offerta, sia in Italia che all’estero.
Focalizzandosi sul web, sono poche le aziende che hanno compreso la grande opportunità che la Rete offre, soprattutto alle aziende di più piccole dimensioni, e soprattutto sono ancora meno le aziende in grado di padroneggiare i social network a fini di comunicazione e promozione.
La comunicazione sui Social Media è ancora percepita come attività transitoria, quasi una moda; approcciata senza strategia, senza pianificazione, senza preparazione, viene svalutata e ridotta, quasi, a mero passatempo.
Aggravante di tutto ciò, il falso mito, la leggenda, che il web sia gratis o che costi poco e che gli investimenti in comunicazione e marketing online siano di lieve entità rispetto a quelli da fare sui media tradizionali.
Tutto questo non è vero, è una leggenda metropolitana.
In questo ambito, si unisce alla succitata mancanza di cultura generale, il fatto di accomunare tutto ciò che riguarda la comunicazione e il marketing online alla tecnologia e “all’uso del computer”.
La leggenda, che si è diffusa a causa di pochi fortunati e sensazionali casi di successo con piccoli budget, deve essere sfatata altrimenti le aziende rischiano di perdere soltanto del tempo: non si può fare una campagna digital senza un buon budget media, il passaparola e la viralità si possono attivare ma soltanto dopo aver raggiunto una massa critica.
E’ vero che con meno di 100 Euro, si può avere un sito web, perché esistono CMS gratuiti, come Joomla! e WordPress o Drupal; vero anche che sono gratuiti l’account su Twitter, la pagina su Facebook e Google+, il canale su YouTube, etc.
Ma avere un account su questo o quell’altro SN, aggiornarli di tanto in tanto, non significa fare comunicazione o marketing o tutte e due le cose.
Quindi, perché investire del denaro (e del tempo, che è comunque denaro) all’interno di uno strumento gestito senza competenza? È come se un’azienda volesse svolgere internamente una qualsiasi altra attività che, per cultura, è da sempre abituata a far fare a terzi.
Realizzare, ad esempio, un catalogo prodotti, impaginarlo, scattare le foto che conterrà, scegliere la carta adatta, è una cosa che un’azienda generalmente non può né vuole (perché impegnata in altre priorità) fare in prima persona.
Implementare una social strategy, o intraprendere attività di comunicazione sui Social Media, non significa solo utilizzare Facebook, Twitter e Youtube: significa sfruttare i diversi canali con un approccio mirato a creare e mantenere relazioni social con i propri interlocutori.
Ogni canale definisce in parte il brand e impone delle regole comunicative: riuscire ad adattare il proprio linguaggio e tono di voce ai diversi mezzi è fondamentale e questo non significa ‘snaturare’ né il proprio brand né il proprio posizionamento strategico.
Progettare una strategia di comunicazione significa soprattutto progettare lo storytelling, che non equivale ad inventare una storia,
Definire una storia di brand non significa solamente progettare tutta la comunicazione multicanale attorno a quella, ma l’intero marketing aziendale: tutti i processi, tutti i touch point, il prodotto, l’offerta. Tutto deve essere coerente con lo storytelling: solo in questo modo saranno i vostri clienti a raccontare, e non a smentire, la storia che avete immaginato per il brand.

Si è svolto ieri il convegno “Vino, futuri possibili“, il 1° rapporto che analizza l’intera filiera del comparto vino, organizzato da il Gruppo 24 ORE in collaborazione con Bargiornale, Gdoweek, Mark Up, Ristoranti-Imprese del Gusto- e VigneVini.
Nell’occasione sono stati illustrati i risultati e i fattori di successo per il vino italiano emersi dalla ricerca realizzata sui consumatori e i professionisti da Duepuntozero Research, Gruppo Doxa e Marilena Colussi, Direttore di Ricerca tendenze alimentari e sociali.
Doveroso, in primis, un complimento all’organizzazione che ha previsto un live-twitting con hashtag ufficiale (#vinofuturipossibili), aggiornamenti in tempo reale anche su Facebook e wi-fi per tutti. Non datelo per scontato: abbiam visto convegni dedicati ai social media, totalmente muti.
Abbiamo iniziato con la presentazione delle ricerche, con le quali è stata coinvolta tutta la filiera (507 professionisti, suddivisi nelle tre macro-aree produttori, HoReCa e altri), con tanto di web-panel di consumatori (500 tra uomini e donne, tra i 18 e i 64 anni).
Durante il questionario sono state realizzate tecniche di stimolo proiettivo relativo all’immagine e al vissuto del vino, utilizzando un espediente, quello dell’extraterrestre, personaggio estraneo al quale raccontare la cultura e l’esperienza del vino: se un alieno extraterrestre atterrasse oggi sulla terra, come gli spieghereste il vino?
Un terzo campione viene da 2030 italiani (18+), rappresentativi dell’universo di riferimento, intrvistati attraverso il panel CRA.
Vi rimando al report per maggiori dettagli ed approfondimenti.
Qualche dato sparso e alcune considerazioni emerse:
- Rosso, bianco, frizzante, buono, corposo, allegria, sono le parole più ricorrenti fra i consumatori.
- Il consumatore beve il vino per abbinarlo al cibo, per esaltarlo
- Si beve il vino perché è adatto a ogni situazione: pasto, cena, pranzo, bere, aperitivo le parole più ricorrenti;
- Il 20% beve vino perché fa stare bene: allegria, piacere, digerire, leggero;
- Fuori casa si beve meno ma meglio;
- In italia il vino si beve al ristorante;
- 56% di vini acquistati in GDO sono denominazioni (DOC, DOCG, IGT);
- Il vino si compra in GDO, non in enoteca;
- Il consumatore ritiene che negli ultimi anni la qualità dei vini in GDO sia aumentata;
- I ricarichi della ristorazione svantaggiano il consumo secondo i produttori;
- Il consumatore beve vino perché è naturalità (la filiera però svanisce perché, sembra, che la bottiglia si acquisti direttamente sulla pianta
)
Quale futuro quindi?
Fattori di successo del vino italiano secondo il consumatore sono qualità, marchi DOC-DOCG, provenienza-territorio; per i produttori, aumento rapporto-qualità prezzo, export, mktg e comunicazione, sostenibilità ed internet.
Una riflessione importante: chiavi del successo potrebbero essere la sostenibilità ambientale e la sostenibilità sociale.
Federico CapeciVino riassume dicendo (meglio dire twittando): dal raccoLto al raccoNto (non solo di quello che e’ stato ma anche di quello che sarà) perché il brand si costruisce con lo storytelling.
E’ stata la volta poi di “La via sostenibile del vino“, con Davide Paolini (Il Gastronauta), Riccardo Cotarella (enologo) ed Emilio Renato De Filippi (enologo e coordinatore progetto Magis).
Se per il Prof. Scienza la sostenibilità è un fatto dell’anima, per Cotarella è un aspetto sociale, scientifico e d’innovazione, perché la biodinamica è una scienza profonda e complessa e deve rimanere una libera scelta dell’agricoltore, non del consulente o del giornalista.
Per Cotarella le aziende devono sperimentare tutto in azienda, ricordandosi però che la tecnologia di cantina è biologia, microbiologia, fisica, non chimica. Pensare al futuro e fare innovazione, secondo lui, è anche fare nuove considerazioni in vigna tenendo conto del cambiamento climatico.
Con il progetto Magis, ricorda De Filippi, produttori e università si sono uniti per la sostenibilità, pianificando interventi, sia in vigna che in cantina, solo se strettamente necessari. Il grande problema del biologico è la difficoltà di garantire una costanza produttiva e di conseguenza un reddito sufficiente alla sopravvivenza delle aziende.
Di “Vino 2.0” hanno parlato Andrea Gori e Giuliano Prati.
Gli interventi di Gori e Prati confermano quanto continuiamo a ripetere: i consumatori chiedono un cambiamento nel linguaggio del vino ma i produttori non l’hanno capito; solo parlando con sincerità sul web si costruisce una vera reputazione.
La chiave del successo sul web (e di conseguenza del business) è proporre contenuti di qualità perché il mezzo è potente.
Insomma, il consumatore vuole sapere (…e ritorniamo allo storytelling); con quale mezzo non importa, importante e’ creare e condividere i contenuti in rete, perché il vino e’ un prodotto generoso, anche nel farsi raccontare/discutere e, in fondo in fondo, tutto si riduce a un ‘è buono o non è buono’. Punto e a capo.
Anche in questa sede è stata fatta l’affermazione: i SN possono dare visibilità alle piccole produzioni che hanno budget bassi per la comunicazione.
Ecco, in grassetto, metto budget bassi: marketing e comunicazione sul web hanno dei costi. In alcuni casi inferiori a quelli tradizionali ma non certo nulli e, soprattutto, non possono essere sostitutivi. Comunicazione tradizionale e 2.0, per chiamarle in qualche modo, sono complementari!
A concludere, la tavola Rotonda “Vino e Made in Italy” con Elena Amadini (Brand manager wine&food Verona Fiere), Gianluca Putzolu (Direttore commerciale Le Macchiole), Massimo Bolchini (Standard development director GS1 Italy), Gianfranco Chiarini (Corporate econsultant executive chef), Massimo Furlan (DIrettore food&beverage La Rinascente), Luca Gardini, Riccardo Ravasio (Direttore vendite Italia GIV), Antonio Santini (RIst. Al Pescatore).
Anche in questo momento di confronto, è parso evidente che il vino italiano è ben visto ed apprezzato all’esterno, ma continua ad essere carente in comunicazione e non gode di grande credibilità.
Ho apprezzato molto l’intervento della Amadini che ha esordito con un bel ‘Dalle ricerche, emerge un consumatore molto simile a quello di 10 anni fa; analogamente per quel che riguarda il mondo del vino in generale: la qualità del prodotto è ben percepita, la produzione è pressoché costante, continua il calo dei consumi interni. Messe insieme le due cose, è evidente che poco, o niente, è stato fatto, nel mondo del vino, in questi 10 anni.”
E mica le si può dare torto.
La Amadini ha più volte sottolineato che una delle mancanze principali, nell’affrontare i mercati, sia nazionali che internazionali, è la scarsa conoscenza che le aziende hanno dei potenziali consumatori: inutile quindi fare la valigia e partire, se non si sa bene come e a chi rivolgersi.
A questa va aggiunto che non c’è un sistema Italia e la frammentazione di eventi tra regioni e associazioni non fa bene.
Insomma, facciamo acqua un po’ ovunque, oltreché vino….
Parlando di Internet, risulta quanto mai significativa l’espressione “Internet permette lo scambio osmotico tra produttore e consumatore”: detto dalla brand manager di un evento completamente avulso da qualsiasi comunicazione moderna è quanto meno apprezzabile. Stai a vedere che qualcosa di 2.0 bolle in pentola per il 47° Vinitaly.
Spulcinado tra gli appunti e i tweets, le riflessioni che più mi hanno colpita:
- La GDO in questo momento ha una grande responsabilità sociale nel mondo del vino; è uno sbocco estremamente importante per il vino (vale un miliardo di euro di venduto, del quale il 75% in vetro) e la chiave di volta (il futuro) è il brand, almeno secondo Ravasi;
- La novità nel mondo del vino, è il vino
del futuro è naturale e biodinamico perché ottiene la curiosità del consumatore (Amadini);
- Vino italiano è visto molto bene ma problema è come comunichiamo il nostro territorio, non abbiamo opinion leader;
- Internet è molto democratico ma è facile parlar di vino in maniera sbagliata: serve cultura di base per produrre qualità.
Quali futuri, quindi, per il mondo del vino?
Io ancora non ho avuto delle risposte; credo che, fondamentalmente sia perché questo mondo del vino, è talmente sfaccettato che non esistono risposte univoche; ognuno deve trovare il suo futuro, che sia in Italia o all’estero, che sia in GDO o nell’HoReCa.
Credo però che il mondo del vino debba capire, quanto prima, prima che sia troppo tardi, che è necessario iniziare a comunicare per fare cultura di prodotto, di territorio, di prezzo; fornire al consumatore e all’operatore di filiera, gli strumenti per capire le differenze e le qualità di questo coriandolizzato mondo del vino.
Unito a ciò, è necessario abbandonare l’egocentrismo della bandierina in chiave commerciale ed imparare a crescere coi consumatori e, una volta per tutte, fare sistema, per essere più incisivi e produttivi: tante gocce fanno un mare, si dice.
Per me fare branding nel vino continua a significare fare branding di territorio, di prodotto, di Made in Italy.

Manca poco a “TerroirVino: l’incontro tra vino, persone e web” che si svolgerà lunedì 11 Giugno 2012, a Genova (Porto Antico, Magazzini del Cotone).
Terroir è la manifestazione organizzata da TigullioVino.it che quest’anno ha selezionato circa 120 gli espositori per un totale di circa di oltre 600 tra vini ed oli in degustazione.
Durante la manifestazione si svolgeranno anche quest’anno il Garage Wines Contest, Baratto Wine Day e le ‘Degustazioni dal basso’. Continue reading #TerroirVino 2012 e #VUU
|
|